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Fischi di merlo (Recensione) -

Fischi di merlo (Recensione)

La poesia, come un paio d'ali

«Da noi, in pianura, i merli / sono i primi uccelli a cantare / e gli ultimi a salutare le giornate». Queste parole dischiudono l'ultima opera in versi di Matteo Bianchi, Fischi di merlo (Edizioni del Leone, Venezia, 2011).

Nella simbologia celtica il merlo è il detentore dei segreti della magia e il suo canto può mettere in contatto mondi paralleli («l'oltre è il passeggero / a fianco dello scrittore»): una creatura alata la cui voce sfuma dall'alba al tramonto, dal primo bagliore al buio. Ma è un percorso inverso, quello del giovane poeta ferrarese, dal nero al bianco, dalla "morte" alla luce, peregrinando per quattro strade della nostra città: la penna di Matteo Bianchi muove da «via Assiderato», emblema della "morte" del sentimento, ovvero del gelo interiore; transita quindi per «via Buonporto», spiaggia - o "Purgatorio" - «da cui ricominciare»; perlustra «via Porta d'amore», soglia che permette la risalita, per approdare infine a «via Paradiso», apostrofata da un'immagine sublime: «Lo scheletro delle farfalle, / la forma essenziale che traspare / contro il vetro, è una croce». Ed ecco, accanto al merlo, affacciarsi nei versi del poeta un'altra creatura con le ali: «ho visto mille farfalle / adornare la vita / e accompagnarla / di timidi battiti inventati».

Matteo Bianchi, Fischi di Merlo, Edizioni del Leone, Venezia, 2011

«La poesia di Matteo Bianchi – osserva il poeta Roberto dall'Olio nella sua sapiente prefazione – sa volare alto quanto è capace di atterrare, chiudere le ali e camminare. Poesia viandante che cammina nei meandri di una città – la città del poeta – che è la sua culla». Già, perché il poetare di Bianchi non ha soltanto la levità di quei «timidi battiti» di farfalla, ma ha il disincanto e «il peso dei sogni caduti», perché «la terra è prova d'amore»: «Facciamo così: / tu spegni la luna, / io raccolgo i cocci / di stelle brillate / e arrotolo il cielo, / persiano di fine fattura».

«Ho iniziato a scrivere poesie quando avevo 18 anni – racconta Matteo, classe 1987, già apprezzato per la sua prima silloge Poesie in bicicletta (Este Edition, 2007) e per il suo talento –. Dapprima scrivere era uno sfogo, poi è diventata un'esigenza, per ritrovarmi». Si legge infatti tra i versi: «Perdiamo parti di noi stessi, tratti altrui. In sostanza, passiamo la vita a perdere; a smarrire, senza più ritrovare». Ecco allora il senso della scrittura: «Le poesie sono i nostri resti»; gli Ossi di seppia di Montale, la cui eco rimbomba non solo nel titolo, ma nell'opera intera di Bianchi. Perché la poesia è quello che di noi rimane.

Matteo Bianchi, Fischi di Merlo, Edizioni del Leone, Venezia, 2011

Poesia da incontrare lungo i marciapiedi, nei disaccordi («come al disco in vinile manca una nota»), nei Fischi di merlo – puri e flautati - che incorniciano gli istanti. Poesia intrappolata nella tela dei giorni, fatta di parole vissute, strappate da un «silenzio sempre in agguato». Perché Matteo Bianchi sa cantare – con maturità espressiva e limpida voce - il torbido di quei luoghi dell'esistenza in cui prima o poi ci si trova inevitabilmente a camminare: «Il dolore fa ammattire/ gli angeli in visita, / camuffati per l'occasione».

La sua è poesia da sentire sulla pelle, da «aspirare» a pieni polmoni; o da infilarsi addosso, come un paio d'ali.

Eleonora Rossi

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