Libreria «l'Antro di Ulisse»

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Incommensurabile -

Incommensurabile

Primo stadio

Si svegliò con una curiosa sensazione di torpore in tutto il corpo. Non ricordava quando si era addormentato, ma era come se non si fosse mosso da molte ore. Poi rifletté.

Addormentato? Si, si era addormentato. Ma dove? Quando? Tentò di stirarsi, ma subito si accorse che i muscoli gli dolevano in modo terribile.

Aprì le palpebre lentamente. E fu come se non lo avesse fatto. Il buio era tale e quale a quello di una stanza ermeticamente chiusa, o di una notte senza stelle. Con fatica si mise a sedere e tentò di capire dove si trovasse. Il buio che lo avvolgeva era così denso da non concedergli nemmeno un punto di riferimento.

Per un attimo pensò ad un sogno. Ma qualcosa nella sua mente gli suggerì che non stava affatto sognando. Allora mosse le mani, a tentoni, tentando di stabilire un qualche contatto con ciò che lo circondava, nell’oscurità.

Nulla.

Una piccola ondata di panico gli si riversò addosso. Seppur con difficoltà, si mise in piedi, tentando di mantenersi in equilibrio. Quel nero avvolgente senza punti di riferimento gli dava un senso di vertigine. Si toccò il corpo e scoprì di essere vestito. Frugò nella memoria e riuscì a dare un nome a ciò che indossava. Pantaloni leggeri, una camicia. Pian piano si rese conto di non avere nulla ai piedi. Era scalzo. Allora si chinò e toccò con le mani la superficie che lo sosteneva. Piatta. Liscia. Fresca.

Si passò le dita sul viso. Pelle calda. Barba incolta.

Dove si trovava? Cos’era quel posto buio? Perché si era addormentato a terra? E vestito per giunta?

Tentò di muovere alcuni passi in avanti. Le gambe e la schiena gli facevano un gran male, ma sentì di potercela fare. A mano a mano che i secondi passavano, nuove domande gli crescevano nella testa. Una su tutte, pur non sapendo perché, emerse dalle altre. Chi era?

Non lo ricordava. Non ricordava il suo nome. Ma l’inquietudine veniva dal fatto che era cosciente che avrebbe dovuto saperlo.

Una parola si dipinse in quell’irreale momento che lo vedeva vagare a tentoni nel buio silenzioso. Ricordi. Sapeva che avrebbe dovuto averne. Non sapeva perché, ma sapeva che era così che doveva essere. E allora perché non c’era nulla che riuscisse a ricordare?

Camminò come un cieco, con le mani protese in avanti, alla ricerca di qualcosa di solido che potesse dargli una qualche forma di rassicurazione, invece di quel vuoto nero.

E infine le sue dita poggiarono su una strana sostanza morbida. Nella sua testa si formò la parola lana. Sembrava una parete di lana. Spinse sempre più forte, finché non perse l’equilibrio.

Cadde in avanti, e quella lana iniziò ad avvolgerlo. Sempre di più. Mentre cadeva.

 

Secondo stadio

Quando aprì gli occhi la luce era così forte da fargli dolere la testa. Si portò le mani sul viso per impedire a quel bagliore di agire come una lama sui suoi occhi. Passò del tempo prima che potesse riuscire a liberare la vista senza rimanere di nuovo accecato e quando vi riuscì rimase attonito di fronte a ciò che lo circondava.

Bianco. Solo questa parola si formulò nella sua testa. Un bianco luminoso in ogni direzione. Intorno, sopra e sotto di lui. Si guardò in giro, tentando scorgere qualcosa oltre a quella luce candida che lo avvolgeva, ma non c’era nient’altro. Allora ricordò. E la parola ricordo parve quasi dirgli qualcosa che non comprendeva. Ma ricordò ugualmente. Rammentò un luogo buio. Nero. Un’oscurità densa. E ancora altro c’era legato al buio. La sensazione di cadere, avvolto in qualcosa di morbido e caldo.

Si toccò il viso. Barba lunga. Forse di diversi giorni.

Giorni?, si chiese. Quella parola aveva un effetto curioso. La disse a voce alta. – Giorni.

Rimase sorpreso nel sentire quel suono profondo, baritonale, leggermente rauco.

Si alzò in piedi e mosse alcuni passi. Ovunque guardasse non c’erano punti di riferimento che potesse sfruttare per capire qualcosa di quel che gli stava accadendo. Ma sapeva, e non aveva idea del perché, che quello era un luogo molto diverso da dove era stato prima.

D’improvviso quella frase lo mise in uno stato di leggera frustrazione. Prima? Prima di cosa?

Il suo respiro accelerò sensibilmente e una sensazione di freddo lo pervase. Si strinse le braccia intorno al corpo. Solo allora si accorse di avere dei vestiti. Si osservò. Pantaloni leggeri, di colore beige, una camicia nera sbottonata. Niente scarpe né calze.

Cos’era quel luogo?, si chiese. E quell’oscurità che rammentava, di un prima indefinito? Era forse quello il prima?

Mosse un passo in avanti. Poi un altro. E un altro ancora. Camminò per diverso tempo, fino a che non andò a sbattere su una parete, anch’essa formata dalla luce bianca.

In quel preciso istante fili di luce iniziarono ad avvolgerlo. Lui cercò di divincolarsi, ma essi diventavano sempre più fitti, come una ragnatela. Fino a che non fu più in grado di muoversi e ciò che lo circondava divenne solo luce di nuovo abbagliante e asfissiante. Poi buio. Poi nulla.

 

Terzo stadio

- Svegliati.

La voce era un suono indistinto. Aveva il corpo intorpidito. Forse per la posizione fetale in cui si trovava.

Da quanto?

Tentò di aprire gli occhi, ma le palpebre erano pesanti, così pesanti…

- Svegliati, su.

Era un timbro leggero. Quasi la voce di un bambino. Ma nel suo cervello, che andava lentamente riprendendo coscienza, sapeva che non c’erano bambini, lì. Ovunque fosse il luogo in cui si trovava. E qualsiasi cosa fosse un bambino. Represse una leggera ondata di panico e aprì gli occhi.

La superficie su cui poggiava era morbida e calda. Si mosse e fece leva con le mani per mettersi seduto. I muscoli dolevano e le ossa scricchiolavano, come se da giorni fosse rimasto fermo in quella posizione. Si trovava sopra un tappeto rosso, con arabeschi eleganti neri e verdi.

Circospetto, spostò lo sguardo a destra e a sinistra. Forme filamentose si muovevano intorno a lui, luminose e colorate, su uno sfondo buio come la notte.

- Benvenuto. – Disse la voce.

- Chi sei? – Chiese lui.

La voce si fece attendere qualche secondo.

- Un amico. – Disse poi.

Lui si alzò. Girò su se stesso. Tentò di capire che luogo fosse. Perché nella sua mente aveva il ricordo di un luogo buio e di uno luminoso. Mentre ora si trovava sopra un tappeto, al centro di un cerchio che sembrava fatto di metallo dorato. Tutto il resto era solo impalpabile notte striata da filamenti colorati che si muovevano lenti.

- Dove mi trovo? – Chiese.

La voce si fece attendere di nuovo. Questa volta più a lungo. A lui questo non piacque, ma non seppe dire perché.

- Non è una risposta facile. – Disse la voce.

Si mosse su quel morbido tappeto. Sentì il soffice tepore del tessuto sotto i piedi. Era impossibile dire a che distanza si trovassero quei filamenti in movimento. Avrebbe voluto andare oltre il tappeto, ma qualcosa nella sua mente gli sconsigliò quel gesto.

Si chiese cosa voleva dire la voce con quella frase enigmatica. Ma le domande nascevano rapide nella sua testa. Chi era lui? Cosa stava succedendo? Perché aveva la sensazione che ci fosse stato un prima di ciò che vedeva e provava? E aveva senso la lieve paura che batteva nel suo petto?

- Aiutami. – Disse infine. – Troppe cose non capisco. Ho ricordi vaghi e confusi.

- Si, lo so. – Disse la voce.

- Hai detto che sei un amico.

- Si.

- Come ti chiami?

Di nuovo la risposta non arrivò subito.

- Puoi chiamarmi Uno.

- Uno? Ma uno è un numero.

Come lo so?

- È vero.

Lui si lasciò cadere sul tappeto. Incrociò le gambe e scosse la testa. Si sentiva stanco, ma soprattutto agitato. La mente continuava a dargli segnali confusi.

Ricordi.

Sentiva che avrebbe dovuto avere dei ricordi, ma questi erano come nascosti dietro ad una parete per lui inaccessibile.

- Va bene. Ti chiamerò Uno, allora.

- Si.

- Uno, puoi spiegarmi cosa mi succede? Ho paura.

- Non ricordi nulla?

- Cosa dovrei ricordare?

- È lo strascico lasciato dal tuo percorso nell’Hexamonn.

Hexamonn? Si chiese.

Quella parola non gli era del tutto estranea. L’aveva già sentita da qualche parte. Ma subito si domandò come poteva esserci qualche parte se i suoi ricordi erano ancorati lì.

- Perché credo che questo… Hexamonn abbia un senso per me? Sono già stato qui?

- Si.

- Ma io non…

- Ora non è tempo. – Disse Uno. – Abbiamo stabilito il contatto primario. Adesso devi riposare. Le risposte verranno.

- Aspetta Uno! Uno!

Ma la voce era scomparsa.

Lui si fece prendere dallo sconforto e desiderò piangere. Anche se quella parola gli appariva estranea.

Pochi istanti dopo i filamenti multicolori e luminosi che giravano attorno al disco dorato iniziarono ad avvicinarsi. Lo toccarono. Piano piano gli si stesero su tutto il corpo. E lui, pur senza capire, non oppose resistenza.

Tutto finì in un dolce turbinio di luci e colori. Poi luce. Poi buio. Poi nulla.

 

Quarto stadio

Un rumore leggero ed insistente lo destò dal sonno profondo. Si stiracchiò lentamente e aprì gli occhi. Di fronte a lui c’era una grande finestra da cui entrava una luce leggera, mentre sui vetri una pioggia lenta batteva senza sosta. Si guardò intorno e riconobbe la propria stanza da letto.

Sbadigliò e poi si mise a sedere.

- Che scemo, - disse – sono andato a letto vestito.

Scostò le coperte e vide che indossava un paio di pantaloni beige e una camicia nera. Scosse la testa sorridendo mentre si alzava. Si stirò di nuovo e poi si avviò verso la sala. Anche lì tutto era immerso in quella luce debole. Allora guardò l’orologio sulla parete accanto alla televisione. Le sette e venti del mattino.

Fece qualche passo verso il tavolo e prese in mano il pacchetto di sigarette. Vuoto. Imprecò tra sé. Andò alla finestra e guardò fuori. La strada era immersa nel silenzio del primo mattino, ma c’era un po’ troppa calma.

- Forse è domenica. – Disse. Poi guardò di nuovo l’orologio a muro, che aveva anche il datario. Mercoledì.

- Che buffo… Meglio se mi faccio una doccia.

Si tolse i vestiti e si avviò al bagno.

Mentre l’acqua calda gli scorreva sulla pelle sentì i propri muscoli rilassarsi e solo in quel momento si rese conto che aveva tenuto il proprio corpo contratto in una sorta di forte tensione, come quella data da una sensazione di pericolo imminente. Ed era una cosa ben strana. In fondo era lì, a casa sua, nel suo appartamento in cima ad uno dei palazzi più alti della città.

I pensieri più strani, ma lui li definì scemi, gli si affacciarono alla mente. Un terremoto in arrivo? Un’alluvione? Un attacco terroristico?

Si, è perché no, magari un’invasione aliena. Oh, per l’amor di Dio, Gerry… cosa ti sei bevuto ieri sera per ridurti il cervello in questo stato?

Finì di sciacquarsi i capelli per togliere i residui di shampoo e poi chiuse l’acqua. Uscì dal box e si infilò l’accappatoio.

Si guardò intorno, ancora immerso nella leggera foschia creata dal calore della doccia, e colse una strana aria innaturale. Non ricordava di aver mai avuto sensazioni simili, ma era vera. Solo in quell’istante si rese conto che non era qualcosa costruito dalla sua mente. E più ancora, ciò che lo inquietò fu il non avere la minima idea di cosa avesse fatto la sera prima. Perché fosse andato a letto vestito. Strinse le mascelle fino a digrignare i denti.

Quando fu di nuovo nella ampia sala si guardò intorno come in cerca di un segno. Qualcosa che potesse dargli qualche risposta. Poi posò gli occhi sul tavolino di fronte al televisore. Il cellulare.

Si sedette sul divano e prese in mano il telefono. Andò sulla rubrica e cercò un nome. Il primo che gli era venuto in testa. Donato. Non aveva la minima idea del perché, ma pensava che Donato potesse essergli d’aiuto. Quando lo trovò pigiò immediatamente il tasto di chiamata. Nulla, suonava a vuoto.

Rifece la stessa operazione altre tre volte, con il medesimo risultato.

Poi chiamò Stefania, la segretaria dell’ufficio del Centro. Di nuovo niente. Suonò a vuoto.

Si appoggiò allo schienale del divano, perplesso. Ripercorse passo passo tutte le cose che aveva fatto da quando si era svegliato, quel che aveva visto, toccato, spostato. Cercò qualcosa che nella sua mente si potesse identificare come “segno”, pur non avendo la minima idea di cosa volesse significare. Sapeva che c’era una nota stonata in quel risveglio di una mattina di metà settimana. Una specie di vibrazione asincrona.

All’improvviso un’idea pazzesca gli balenò in mente. Si alzò di scatto e si recò alla porta del balcone, l’aprì e uscì. Mise le mani sulla ringhiera di ferro battuto e annusò l’aria, ad occhi chiusi. Cercò anche di captare ogni suono possibile.

Pochi secondi dopo si accorse che non c’erano odori, di nessun tipo. E nessun rumore, a parte quello della pioggia. Niente. Riaprì gli occhi e la vista gli confermò quello che gli altri sensi avevano suggerito. Era come se quello che lo circondava fosse una sorta di immagine tridimensionale registrata, ma privata di molte parti essenziali.

Le parti umane.

Osservò bene le case e i palazzi, la strada, le auto parcheggiate, gli alberi delle piste ciclabili, i negozi, poi il cielo. Tutto era esattamente come doveva essere, ma non come avrebbe dovuto essere.

Sembrava tutto

finto?

A quel punto Gerry si rese conto che stava stringendo la ringhiera con una forza tale da farsi sbiancare le nocche. Allentò la presa e staccò una mano per portarsela al viso. Lui si sentiva vero. Si sentiva reale. Allora tese il braccio verso l’aria ferma che lo circondava, con una tensione interiore che non ricordava di aver mai provato. Rifuggiva l’ipotesi del sogno, o dell’allucinazione.

i sentiva dannatamente presente e sapeva, ma non perché, che non c’era niente di onirico.

Ma la sua mano, tesa, non sentì la pioggia. C’era il rumore, c’era l’immagine, ma niente acqua.

Poco più in là della ringhiera, la sua mano si fermò. Ma non l’aveva fermata lui.

Un brivido freddo gli corse per la schiena. Dove aveva trovato resistenza con il tocco del palmo si erano formate delle onde concentriche che lentamente andavano distorcendo l’immagine che aveva davanti. Come un sasso gettato in uno stagno.

Fece qualche passo indietro, agghiacciato da quella scoperta. Pochi secondi dopo tutto tornò come prima. E fu in quell’istante che la sua mente ricompose alcuni pezzi di ricordi che lui non sapeva di avere. Un luogo buio e uno di luce. E un posto circondato da colori immersi nell’oscurità.

Poi apparve, dal nulla, un suono. Un rumore leggero, vibrante e armonico.

Girò su se stesso per capire da dove venisse, ma non c’era nulla che ne chiarisse la fonte.

Lentamente, tutto attorno a lui cominciò a dissolversi come neve al sole. Il suo appartamento, il panorama di fronte a lui, il cielo, tutto quanto, persino l’accappatoio che portava. E nel giro di qualche interminabile minuto rimase immerso e sospeso in un nulla che pulsava di una energia che sapeva che avrebbe dovuto comprendere, pur senza sapere perché. Nonostante il terrore gli attanagliasse le viscere, si lasciò andare ad un sonno irreale e innaturale, mentre il suono vibrante lo avvolgeva.

 

Quinto stadio

Gerry aprì gli occhi e si trovò immerso in una specie di nebbia rosata, in movimento lento e continuo. Non si trattò di un risveglio, ma di una sorta di emersione. Come se venisse da qualche parte e quella fosse la destinazione. Guardò i suoi vestiti, e li riconobbe. Pantaloni beige e una camicia nera, sbottonata. Niente scarpe. La barba leggermente incolta.

Piano piano prese coscienza di ciò che stava provando, pur non sapendo cosa fosse, e mise a confronto i ricordi che gli affollavano la testa. C’era un prima che gli appariva molto lontano. Una sequenza di istanti che precedevano quel suo

viaggio?

e che adesso avevano peso e corpo. Ma anche la parola adesso perdeva di significato in quel luogo/non luogo. Il peso al petto che sentiva era l’innata paura umana di fronte all’ignoto. Perché non era un sogno, non era un incubo, non era un’esperienza di pre morte, non era nulla di allucinatorio. Sapeva che era così. Ma ciò non diminuiva la paura.

La nebbia rosata si illuminò debolmente. E quel bagliore delicato fu accompagnato da un suono ovattato e continuo. Era un insieme di note e voci che si mischiavano, come se si rincorressero per trovare una connotazione logica, uniforme.

E infine il suono cessò. Lasciando il posto ad una voce.

- Benvenuto, Gerry.

Lui si guardò intorno, ma a parte la nebbia rosa, non c’era nient’altro. La voce era delicata, leggera, come quella di un ragazzino.

- Chi sei tu?

- Un amico e come ti ho già detto, puoi chiamarmi Uno.

Gerry annuì. – È vero. Io so che ci siamo già incontrati. Ma come lo so?

- Perché è un tuo ricordo.

Tutto attorno a lui era immutato. – Non vuoi mostrarti, Uno?

- Ciò che osservi è parte di quello che sono. La tua capacità visiva non ti permette molto altro.

- Ma tu cosa sei? Perché mi trovo qui? Perché ho paura?

La voce si fece attendere qualche secondo. Gerry sentì che avrebbe dovuto sapere parte delle risposte, ma non riusciva a trovare la chiave per giungervi.

- È un caso fortuito che tu sia qui, Gerry.

- Fortuito?

- Si. Benché voi crediate in qualche sorta di ordine precostituito, molte delle vostre azioni sono dettate dal caso. Ciò che resta è solamente causa/effetto.

- Voi?

- Voi umani.

- Non capisco.

Gli parve di sentire una nota divertita aleggiare in mezzo alla nebbia.

- Tu ora ricordi chi sei, Gerry?

Lui parve disorientato da quella domanda. Ma subito, focalizzando l’attenzione su di se, rammentò ciò che sembrava sfuggirgli. Certo che sapeva chi era. Gerry Contesi, fisico specializzato nello studio delle particelle elementari. Abitava a Milano, ma lavorava al Cern di Ginevra. Aveva molti amici. Amava leggere nel tempo libero. Gli piaceva l’arte moderna.

- Esatto Gerry, tutto esatto.

- Tu puoi leggere nella mia mente, Uno? – Chiese stupefatto.

- Si.

- Come è possibile?

- È il mio modo di comunicare.

Comprese che la voce di Uno non era formata da suoni, ma da vibrazioni che prendevano la forma di parole nel suo cervello.
E lentamente anche molti dei suoi pensieri si stavano schiarendo. Ma gli sfuggiva la sequenza. Il perché di quel che viveva.

- Tutto è legato al tuo lavoro, Gerry.

- Spiegati, Uno. Ti prego.

- Da un tempo incommensurabile la mia specie tenta di avere dei contatti, ma per via della nostra natura ciò è sempre stato impossibile. Serviva un evento straordinario, che noi non potevamo creare.

- Santo cielo, ma tu cosa sei, Uno?

La nebbia rosa iniziò a vorticare velocemente. Gerry osservò quel fenomeno attonito. Tutto intorno a lui divenne una sorta di liquido che andava concentrandosi sotto di lui e poco dopo si trovò immerso nello spazio cosmico, sostenuto da una sorta di disco rosa in movimento. Provò un senso di vertigine, ma si accorse che non poteva cadere da nessuna parte. Qualcosa si occupava di tenerlo lì, perfettamente stabile.

- Conosci ciò che vedi?

Gerry annuì, deglutendo meravigliato. Migliaia di miliardi di stelle pulsavano attorno a lui. – Il cosmo…

- Si.

Ci fu movimento. Il disco di nebbia/liquido lo stava portando in avanti. Una delle innumerevoli luci divenne sempre più grande, sempre di più, fino a diventare un oggetto che non era una stella, non era una galassia, non era nulla che la sua mente ricordasse di aver mai visto.

- Questa è una proiezione di ciò che sono, Gerry. L’Hexamonn mi consente di mostrarmi, pur nella limitatezza della tua capacità visiva.

Lui si sentì avvampare. Quella parola, la ricordava. – Hexamonn?

- Si. Ciò che hai attraversato per arrivare fin qui. Ciò in cui sei immerso. Ciò che tiene coeso e distinto ogni cosa.

E Gerry rammentò altro ancora. Un esperimento di immensa portata. Uno studio durato anni per arrivare all’essenza stessa della materia. La ricerca dei mattoni base di quel che costituisce tutto ciò che esiste.

Ricordò l’enormità del progetto. L’energia impiegata. I calcoli complessi raggiunti grazie all’ausilio di potenti computer. Le particelle lanciate alla velocità della luce.

Ma ancora non trovava la chiave. Gli sfuggiva. Cos’era Uno? Cos’era l’Hexamonn? Perché quel contatto?

E allora la sua mente fu invasa da una sequenza di informazioni. Visive e sonore. C’era tutto quel che aveva fatto, e anche ciò che non aveva mai vissuto, né saputo, ma immaginato. I suoi studi e le sue teorie, mai espresse. Le leggi della fisica a lui così care e le forze che nessuno aveva mai immaginato che potessero esistere, ma che erano reali. Le fondamenta dell’esistenza.

Vide l’Hexamonn nella sua interezza. E ne fu così colpito da arrivare a commuoversi.

Un liquido scorrere di tempo/spazio/materia puro, mai inerte, senziente e al tempo stesso ignaro, che apprendeva strada facendo ciò che era, ciò che faceva, perché e anche come doveva essere, pur non essendo vita, ma nemmeno non-vita. La base di tutto e lo scopo di ogni cosa. L’inizio e la fine dove inizio e fine erano parole prive di senso, perché l’Hexamonn era traducibile solo con una parola. Una comune parola umana. Eterno.

E Gerry pianse, infine, vedendo l’universo per quel che era. Un enorme multi-organismo dove tutto era legato dalla forza di coesione/distinzione di quel flusso. Qualcosa che sfuggiva ad ogni teoria ma che ne conteneva miliardi. In continua riorganizzazione.

E infine vide Uno.

E capì.

E sentì che Uno era compiaciuto.

- Tu… - Sibilò.

- Si, Gerry.

- Tu sei…sei…un Quasar.

- Questo è il nome che la tua specie ha dato alla mia. – Parve divertito, leggendo nella mente dell’uomo l’imbarazzo per aver dato per scontato tante cose. Tra cui la certezza che ben poco nell’universo fosse intelligente. Senziente. Vivo. Sempre nei ridotti termini umani.

Uno parlò ancora, e sembrò quasi che fosse finalmente libero di esprimersi. – Per l’esattezza, nei vostri cataloghi io sono segnalato come 3C 273. Un oggetto quasi-stellare.

Ma tu non sei nulla di questo, pensò Gerry, sei un essere vivente.

- Si, Gerry. E sono felice di aver potuto comunicare con te.

- Anche io, Uno. Pensavamo tante cose…che tu…voi, foste composti…

- Siamo molte cose, in effetti. Ma, come voi, eravamo vita più semplice. Ci siamo evoluti. Nulla nell’Hexamonn rimane stazionario.

- Avrei così tante cose da chiederti…

- Lo so. Ma non abbiamo più tempo. Il contatto sta per interrompersi. Il grande congegno che avete attivato sta per spegnersi e quando succederà, l’Hexamonn ti ricondurrà indietro. Ma è importante che questo incontro sia avvenuto. Da tempo osservavo ciò che mi circondava e desideravo poter giungere ad un contatto.

- Cosa succederà adesso?

- Nulla. L’evoluzione farà ciò che ha sempre fatto.

- Ricorderò?

- Si.

All’improvviso, una luce forte e bianca invase il suo campo visivo. Un flusso di energia lo invase e sentì come una cascata di acqua tiepida attraversagli il corpo. Nella sua mente rivide Uno nella sua splendida e abbacinante luminosità e si sentì parte di qualcosa di incommensurabile.

Poi chiuse gli occhi e un vortice di colori liquidi lo cullò attraverso il tempo e lo spazio.

Mentre si assopiva, sentì una voce accarezzargli la mente.

- A presto, amico mio.

Poi furono colori.

Poi luce.

Poi buio.

E poi più nulla.

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