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L'altro lato di Venere -

L'altro lato di Venere

Jake scese le scale lentamente. Non c’era nessuno a quell’ora. Né donne delle pulizie, né portantini, e gli infermieri di turno erano rintanati in guardiola a sonnecchiare, o a farsi i fatti propri.

Nel corridoio che portava all’atrio centrale la luminescenza dei neon creava un effetto irreale, che misto al silenzio sepolcrale gli dava la sensazione di trovarsi in un altrove senza tempo. Senza spazio.

Uscì dalle porte automatiche e si sedette nella panchina antistante all’entrata. La notte era fulgida e piena di stelle, densa di una temperatura mite e senza umidità. Dalla strada vicina ogni tanto giungeva il rumore di qualche auto di passaggio. Probabilmente giovani di ritorno da qualche discoteca. Riportò lo sguardo verso il firmamento. Tra le varie costellazioni, nella diffusa luce cremosa della Luna, spiccava il punto luminosissimo di Venere. Rimase parecchi minuti ad osservare il pianeta, fino a non vedere nient’altro. Solo quel punto di luce che pulsava debolmente per l’effetto dell’atmosfera.

Prese il pacchetto di sigarette dalla giacca. Ne tolse una e se la mise tra le labbra. Subito, l’aroma di tabacco gli riempì le narici. E rimase così, senza accenderla. La notte parlava di favole ormai scomparse, forse dimenticate in scaffali polverosi, dentro a cantine colme di muffa. Ricordi che sbiadivano nel proseguo del tempo, che invece di consolidarne i contorni li rendeva meno visibili. Senza spessore. Quasi fotografie vecchie di soggetti ignoti. Tolse il piccolo cilindro bianco dalla bocca e lo guardò. Rivedendo se stesso alla guida della sua auto, sulle autostrade, mentre correva da un'alba a un tramonto senza altro pensiero che quello di andare. Senza sapere quale fosse la meta, perché lui una meta non l’aveva mai avuta.

“Se sei vivo, non ti serve un traguardo.” A Jake quelle parole risuonarono nella testa come un tuono sordo e continuo. Non ricordava chi le aveva dette, e nemmeno quando. Forse le aveva pronunciate lui stesso, magari in una sera di forte vento e promesse di temporale, davanti ad un bicchiere di whisky scozzese, invecchiato tanto quanto bastava a far del tempo un concetto non importante. Perché andare è vitale, ma sostare in attesa di una partenza è come sapere che dovresti già essere in viaggio e che non lo farai mai.

Si alzò e fece qualche passo in avanti. C’era una grande scultura a qualche decina di metri davanti all’entrata dell’ospedale. Qualcosa che era stato costruito per simboleggiare proprio quella struttura, ma che lui non aveva mai capito. Osservò tutte le cesellature del bronzo e l’abile lavoro di finitura. Poi si volse a guardare tutte quelle piccole fessure scure o semibuie incastonate sull’immensa facciata dell’edificio. Come sguardi vitrei, se non ciechi, della sofferenza che portavano. Forse la scultura doveva rappresentare la speranza.

Ritornò sui suoi passi, lentamente, senza aver compreso. Ripose la sigaretta nel pacchetto e rientrò all’interno. Con la sensazione di staticità che solo la mancanza della parola “domani” può donare.Era da poco passato il primo giro di terapie. Le sei del mattino, circa. Il viavai ricominciava, l’ospedale riprendeva vita. All’interno della capsula di morte che faceva da funesto corollario.

Jake era seduto nella poltrona di fianco al letto. Le mani incrociate sul grembo. I fili pendevano da diversi treppiedi e la macchina mandava un segnale costante, sempre uguale. Segnalava che il cuore batteva. In quell’irreale movimento tipico del coma. La figura nel letto era ferma. Solo osservando attentamente, Jake poteva cogliere il leggero movimento del torace. Ma nulla più.

Si sforzava di capire perché stesse succedendo, ma non c’erano appigli razionali che riuscissero a spiegarlo. E aveva ancora nelle orecchie le voci dei medici quando, sei mesi prima, non avevano saputo dire altro che “purtroppo non si può fare altro che aspettare”.

L’uomo aveva un’espressione fissa. Con quelle palpebre chiuse, senza movimento degli occhi. Una mente che non sognava. Bloccata in un limbo dove il tempo aveva smesso di esercitare il suo rollio. Un’espressione anche invecchiata. Cerea. Quasi una statua. Una specie di silenzioso monumento al nulla.

Sei mesi. Come sei anni. Sei secoli. Jake ormai non ricordava più la figura come era prima, come se qualcosa, in quel periodo, fosse andato perduto.

Ricordava però il via vai continuo di gente a quel capezzale. Parenti, amici, persino semplici conoscenti, tutte persone che sarebbero rimaste il tempo di un amen. Perché poi, alla fine, ci si stanca del dolore. Degli ospedali. Di una situazione che vegeta, che arranca, che non si smuove mai da uno stato di morte apparente. Che morte non è. Ma che di morte odora. E Jake era rimasto solo. Solo ad osservare la figura nel letto. L’uomo un tempo vivente e ora sospeso in un oscuro universo misterioso.

Eppure Jake sapeva dove si trovava. Ma nessuno poteva capirlo. Nemmeno i dottori. I petulanti camici bianchi che già si erano espressi in modo incredulo dopo l’arrivo in ospedale. “E’ incredibile che non abbia riportato fratture di nessun tipo con uno scontro simile. Il colpo contro il parabrezza è l’unica ragione che possiamo addurre per spiegare questo stato di coma. Ma ha una fibra forte…” Si, come no.
Forte come sei mesi senza muovere un singolo muscolo. Forte come un silenzio nero, senza sonno reale, senza sogni né incubi. Una specie di manicomio grigio e perverso.

Le ore passavano. Passò anche la colazione. Come ogni giorno. Ma non si fermò in quella camera. Colazione, pranzo e cena erano una flebo a penzoloni da un treppiede. Cambiata ogni quattro ore. Regolare e costante come lo scorrere del tempo. Piatto come il macilento passo della morte che si avvicina.Jake non lavorava più. Non ricordava nemmeno quando aveva smesso. E non ricordava di aver dato né dimissione, né periodo di aspettativa. Aveva persino dimenticato che lavoro fosse. Quella situazione lo stava sfinendo, ma non poteva esimersi dal continuare a stare lì. Anche se non capiva. Anche se man mano che i giorni e i mesi scorrevano, tutto apparisse sempre più illogico e insensato.

La figura non si sarebbe mossa mai più. L’uomo sdraiato nel letto presto o tardi avrebbe smesso di sopravvivere, adagiandosi tra le braccia di una fine che tardava sadicamente ad arrivare. Ma che sarebbe giunta, su questo non c’erano dubbi. Lui rimaneva lì. Ad osservare cambiamenti che non arrivavano e ad ascoltare i bisbigli assurdi e incolori di chi transitava di lì. Per caso, per lavoro, o per qualsiasi altra misteriosa forza d’inerzia.

Si guardò le mani. Ceree. Non ricordava da quanto tempo non si specchiava, e forse non aveva importanza alcuna. Sapeva di aver perso contatto con se stesso e con ciò in cui aveva creduto, perso il senso di una realtà che gli appariva sempre più fatiscente, distante, distorta. Si alzò dalla poltrona e si avvicinò alla porta. Un’infermiera entrò, passandogli accanto senza nemmeno vederlo. Già, e come avrebbe potuto? Lui non esisteva. La notte era calata di nuovo. E con essa il silenzio. Quello reale. Non quello che sentiva lui. Il suo era diverso. Macchiato da oleosi contorni, esso lo tratteneva in quel cammino immobile che non aveva nulla di vivo. E nulla di morto.
Era di nuovo seduto sulla panchina, ma come ci fosse arrivato, non lo ricordava.

Il cielo era stellato e ancora una volta la Luna splendeva alta. Jake sapeva che lassù, da qualche parte, esisteva una risposta a domande che attendevano da un’eternità, ma era anche cosciente che nessuno ne avrebbe mai avuto accesso. Eppure, c’erano piccoli segnali che potevano essere dei piccoli palliativi a quei quesiti. E osservò Venere. L’astro più brillante del firmamento, dopo il grande satellite terrestre. Quel pianeta era un monito. Un avvertimento. Magari non una risposta, ma semplicemente, si, semplicemente un esempio calzante di quel che stava accadendo alla sua esistenza.

Venere era ingannevole, con la sua luce fulgida.

Sotto a quelle nubi dove il sole si specchiava, giaceva un mondo infernale, scosso da tempeste continue e piogge eterne di acidi, martellato da una temperatura asfissiante. Un sistema bloccato dentro ad un calderone senza fine, senza risultato, senza nessun recupero. Inamovibile nella sua furia.

Un’apparenza di vita e di luce che avvolgeva la morte.

Ripensò al corpo nel letto, in quella stanza, qualche piano più sopra. In apparenza vivo, ma in realtà già morto. Senza consapevolezza alcuna di questo stato. Perché lui sapeva che l’altro non sentiva. Non poteva. Assisteva alla sua fine senza che nulla potesse distoglierlo dall’osservare.

Guardare il proprio corpo spegnersi minuto dopo minuto. Solo questo poteva fare Jake.

Fermo su una panchina ad osservare Venere invadere una porzione di spazio con la sua luce.

Mentre sotto le nubi, dentro a quel corpo, il suo, l’inferno si scatenava senza sosta, annichilendo tutto.

Fino a che non sarebbe rimasta che una patina debole di luce. Ingannevole.

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