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La chiave del destino -

La chiave del destino

10 Dicembre 2008

L'uomo passò sotto le volte buie dei portici. Aveva il passo incerto e vestiti dimessi, ma i suoi occhi grigi scintillavano dietro le lenti da vista sporche e piene di ditate.

La lampade, che penzolavano come impiccati dalle volte scure, riempivano di luce bassa e giallognola quello spaccato della città vecchia, immersa nella fredda temperatura della sera.

Qua e là si potevano scorgere gli inizi degli addobbi dei piccoli negozi che avrebbero tentato di attirare i passanti verso spese inutili in prossimità delle festività natalizie. Mere evocazioni di desideri che andavano allontanandosi a passo svelto dalla realtà.

L’uomo si fermò dinnanzi ad una vetrina. Si appoggiò al muro e abbassò gli occhiali, la cui montatura dorata aveva perso da tempo il suo splendore. Osservò con cura gli oggetti disposti con logiche che sfuggivano la mente dei poveri avventori. Oggetti senza utilità alcuna. Poi, come attirato da qualcosa, volse lo sguardo dalla parte opposta della strada ciottolata. Qualcosa si era mosso nell’ombra del portico parallelo, che sembrava un’immagine speculare di quello che nascondeva in parte la sua figura avvolta nel lungo cappotto marrone.

Con il suo incedere lento e a tratti sconnesso, attraversò la strada. Non c’era nessuno in giro, come se la città al calar della sera fosse in mano a ombre oscure e terribili annidate negli angoli ammuffiti e più bui. Arrivò sotto gli altri porticati e si fermò dove aveva intravisto il movimento.

Si guardò intorno circospetto.

Per un attimo pensò di esser stato ingannato da qualche gioco d’ombra, poi un fruscio leggero si fece udire nel silenzio. Poco distante, da dietro una delle colonne dei portici, comparve una figura ingobbita. Uno dei tanti senza tetto che affollavano la città all’imbrunire. Procedeva con difficoltà, barcollando vistosamente e farfugliando in una lingua straniera.

Quando gli fu davanti gli chiese qualche soldo per un tozzo di pane, ma lui capì dal fiato pesante del barbone che qualsiasi cifra sarebbe andata ad ingrassare solo la fame alcolica di quel derelitto. Lo scacciò ripetutamente con un gesto della mano e si allontanò di qualche passo, riflettendo su come il mondo fosse ormai preda di ogni sorta di disperazione. E quel pensiero si incastonò con dolore nella sua mente.

Lui stesso si sentiva ad un passo dal terribile baratro senza ritorno che porta un essere umano all’annullamento. Malgrado quel suo peregrinare, che in origine avrebbe dovuto essere ben altro. O così aveva creduto.

Sospirò tra sé, appoggiandosi al muro scrostato a fianco di un portone in legno. E ricordò.

C’era stato un tempo in cui il suo nome veniva pronunciato con rispetto, a volte con riverenza, molte volte con timore. Un tempo in cui la linea sottile tra bene e male non era altro che una sfumatura che si poteva scavalcare. Un tempo lontano che lo aveva visto decidere dell’esistenza di altri esseri umani, in nome di una bandiera e di un concetto altisonante e infido come il potere. Ma lui stesso era stato intrappolato in un meccanismo perverso e alla fine aveva ceduto alle lusinghe di quel potere quasi assoluto, fino a diventare vittima e carnefice di se stesso.

Così, l’uomo una volta potente si era sentito un’ombra, finché l’ombra si era assopita all’interno di un piccolo negozio di antiche cianfrusaglie. E alla fine era sparito dalle nebbie dei calendari, per immergersi in un vagabondare silenzioso.

Si tolse gli occhiali e li pulì con un fazzoletto. Quando li inforcò di nuovo, un luccichio attirò la sua attenzione. Poco distante, tra due portoni, una vetrina si era debolmente illuminata.

Si incamminò lentamente, gli occhi guardinghi e vispi. Intorno a lui l’aria della sera si era ispessita del freddo invernale e una leggera foschia stava calando lenta e inesorabile.

Quando fu di fronte alla vetrina, ebbe un sussulto. Da un tempo immemore non vedeva quel negozio e per un tempo ancora maggiore lo aveva cercato inutilmente.

Gli oggetti esposti erano per lo più antiche riproduzioni in terracotta di vasellame e piccole brocche di vetro. Oggetti che non aveva mai dimenticato. Annuendo tra sé, spinse la piccola porta ed entrò, mentre un campanellino trillava avvertendo l’arrivo di un cliente. L’interno era come lo ricordava. Poco illuminato, pieno di scaffalature di legno scuro e vetrine colme di oggetti. In fondo a un corridoio, vide il bancone. Si avviò lentamente, il passo sempre incerto e in parte dolorante. E un brivido silenzioso che gli attraversava il cuore.

Quando fu di fronte al banco vi si appoggiò e con attenzione si guardò intorno. Ma non vide nessuno. Ne rimase leggermente deluso, quasi risentito.

- Bene bene – disse una voce leggera che proveniva da dietro una tenda vicina al punto più buio del retro.

Lui abbassò un po’ gli occhiali e aguzzò la vista. Sentì il battito accelerare.

Un vecchio basso e magro, con la barba bianca e un vestito di grezza lana grigia, si avvicinò. Gli occhi erano di un azzurro intenso e la pelle sembrava scolpita nel cuoio. Un uomo che ricordava bene.

- È molto tempo che non ci vediamo, Klaus – disse il vecchio.

- Più di quanto io stesso possa ricordare, signor Corabi.

- Ephram. Chiamami semplicemente Ephram.

- Ma certo – disse con un sorriso obliquo.

Il vecchio si appoggiò al bancone con un gomito e osservò Klaus con attenzione.

- Sei molto diverso da come ti ricordavo. Pare che il tempo sia stato poco galante con te. – Fece una piccola pausa, annotando la smorfia stanca sul viso dell’altro. – Cosa ti porta di nuovo nel mio negozio? – chiese in un sibilo.

Klaus scosse la testa debolmente. Con amarezza. – Di certo, se mi trovo qui non è perché la mia volontà non mi abbia sospinto prima. Ho cercato a lungo di ritrovarti, e spesso nei luoghi sbagliati.

Ephram annuì. – Non sempre cerchiamo nei posti giusti e quand’anche, può essere che sia il momento ad essere errato.

Klaus fece cenno di sì con la testa. – Perché non sono stato capace di trovarti prima Ephram? Per quale motivo il momento non era giusto?

Il vecchio si lisciò la barba distrattamente. L’espressione che aveva sul volto era piuttosto seria, pur mantenendo una sorta di mezzo sorriso che tagliava l’aria pesante e stantia del negozietto.

- Sei un uomo intelligente, Klaus Hausmann, - disse premendo il tono sul cognome – puoi ben immaginarne il motivo.

Per un momento che gli parve infinito, sentì un peso comprimergli la cassa toracica e avvinghiare il cuore in una morsa impietosa. Udire il suo nome per esteso dopo così tanto tempo lo catapultò in un vortice di ricordi.

In una casa grande piena di bellezze sfavillanti, macchiate dal sangue di un potere illegittimo. Rivide il parco dove passeggiava con una bellissima donna dai capelli ramati, avvolta in un elegante vestito da pomeriggio, mentre lui era impettito in una divisa attillata, nera, impreziosita di medaglie e simboli crudeli e sanguinari.

Rivide il potere e la gloria, la conquista, l’odore acre dell’onnipotenza e del delirio. Le caserme piene di giovani dal cervello plagiato che inneggiavano ad un capo senza anima. Poté udire di nuovo il seme che cresceva, silenzioso e annichilente, di orrori senza pari.

E Klaus, infine, abbassò la testa. – Quindi è così – disse. – Ho ancora cammino da fare.

Ephram lo guardò torvo. – No, se ritieni di essere giunto al momento ultimo della tua rinascita.

L’altro lo osservò con fare interrogativo.

- Klaus, Klaus… - scosse la testa. – Ancora non hai capito, vero? Se sei qui, è perché io ritenevo che fosse sufficiente la strada che avevi percorso in tutti questi anni. Sufficiente per capire cos’eri, com’eri, perché lo eri diventato e cosa ti poteva sospingere ad essere qualcos’altro. – Fece una piccola pausa. - Rammenti cosa ti spinse ad entrare qui, la prima volta?

- La curiosità?

- No. Il dubbio, Klaus. Il dubbio. La domanda che facevi a te stesso di fronte allo specchio.

La domanda? chiese a se stesso. Si, c’era stata una domanda che continuamente gli aveva affollato la testa, negli anni lontani quando un simbolo e una divisa erano la sola cosa che contasse. Era quella che lui fuggiva, perché in qualche modo la temeva. Perché sapeva che poteva esserci di più, che poteva esserci ben altro, che doveva esserci.

E quindi ricordò l’incontro con quello strano negozio, per le vie del paese che gli aveva dato i natali. Era una sera di primavera, l’aria era satura del profumo dei glicini e il silenzio era rotto solo dai rumori delle camionette che portavano truppe al fronte. Si rivide, impettito ufficiale, entrare con baldanza e arroganza nel piccolo e semibuio negozietto, dove senza saperlo sarebbe andato incontro a qualcosa che aveva agognato. La speranza di una risposta al quesito nascosto sotto la divisa, sotto la pelle, nei meandri reconditi e dimenticati del suo essere, da tempo occlusi da una visione distorta, incapace scindere tra bene e male.

- Sono veramente io questo? – disse a bassa voce, guardando negli occhi il vecchio Ephram.

- Menti a te stesso, Klaus – rispose. – Continui a voler immergere il tuo corpo in una redenzione che ti appartiene meno di quanto credi.

- Ma io…

- Pensavo fossi pronto, ormai.

- Lo sono! – esclamò.

Ephram fece cenno di no. – T’illudi. Hai ancora molto da imparare.

Allora Klaus batté un pugno sul bancone di legno massiccio. – Maledizione, Ephram, sono decenni che vago come un fantasma tra strade e città che non conosco. Che vedo il mondo trasformarsi attorno a me, senza poter intervenire o interagire. Sono un’ombra, una voluta di fumo che invecchia e non muore, che marcisce senza puzzare. Sono vita che non vive! Chi sei tu? Come manipoli il tempo e lo spazio e la vita? – C’era paura nelle sue parole. Rabbia, dolore e tanta paura.

Il vecchio fece qualche passo indietro, poi si avviò verso l’uscita del bancone. Raggiunse l’uomo dal cappotto di lana marrone e gli si pose davanti. Fissandolo negli occhi.

- Sono Ephram Corabi. Gestore di questo piccolo negozio di anticaglie.

Klaus sentì montare un antico astio dentro di sé. Ma gli occhi di Ephram continuavano a fissarlo, a guardarlo dentro. Come se quel vecchio potesse arrivare al centro stesso della sua esistenza. E così sentì che non poteva sostenere quella folata rabbiosa, perché molto di quel che era stata la sua forza era svanita nel nulla di un infinito cammino.

- Dimmi chi sei veramente… - sussurrò.

Il vecchio lo osservò. I suoi occhi azzurri come il cielo si fissarono su quelli grigi e ovattati di stanchezza di Klaus. Ma nel turbine ombroso che lo sguardo dell’avventore portava, Ephram scorse linee di sangue antiche e ancora vive. Il marchio dell’uomo.

- Ci fu un periodo remoto in cui un redentore camminò tra gli uomini – disse, e la sua voce parve provenire dall’interno stesso dell’essenza del tempo. – Una figura che predicava fratellanza in mezzo a nugoli di odio e che di odio perì. E’ una storia vecchia come il mondo, Klaus, che al mondo stesso non ha apportato nessun giovamento, e sai perché? – Ma la domanda non era stata posta per attendere una risposta, e Klaus tacque. – Perché la redenzione non serve.

Lui deglutì a fatica. – Tu… Tu sei Dio?

Ephram sorrise, facendo cenno di no. – Dio? L’onnipotente figura che ha dato vita al creato? – Per un attimo il suo volto fu attraversato da una smorfia di sconforto. – Quel Dio, Klaus, non esiste. Non è mai esistito.

- Ma…

- Non esiste il paradiso. Non esiste l’inferno. Questa terra su cui camminiamo è un purgatorio eterno, dove sostiamo in attesa di cambiare. Ma per cambiare dobbiamo trovare la domanda, non la risposta.

- Io non capisco… - disse Klaus.

- E come potresti? Ma hai fatto un lungo cammino e qualcosa, tutto sommato, è passato. Qualcosa ti ha attraversato. Non molto, ma sufficiente perché un briciolo di speranza si possa elevare. – Tolse il suo profondo sguardo dagli occhi dell’altro e si avviò di nuovo verso il retro del banco.

- Ora vai, Klaus Hausmann, che il tuo cammino ancora non è finito.

Negli occhi dell’uomo si dipinse lo sconforto. Abbassò la testa. Si volse per uscire, poi si girò di nuovo. – Ma dov’è che devo arrivare?

- Ciò che chiedi a me è qualcosa che non ha risposta. E sulle risposte tu ti appoggi. La domanda, Klaus. La domanda è il viatico.

- Ma per cosa?

Ephram scosse la testa. – Vai ora. Il tuo tempo non è ancora giunto.

Mestamente, Klaus si avviò all’uscita del negozio, lasciandosi alle spalle il vecchio. Capì che non avrebbe avuto senso continuare. Quel che era fatto era fatto, e lui sapeva, ma non sapeva perché, che ad Ephram Corabi non si poteva mentire. Non c’era inganno possibile.

Quando si trovò fuori, immerso nella nebbia invernale, si accorse che il freddo che sentiva era solo interiore. Le ampie volte dei portici della città vecchia sembravano respirare di antiche storie già vecchie prima della sua nascita. Si girò per guardare un’ultima volta il negozio, ma esso era già sparito, lasciando spazio solo ad un vecchio muro il cui intonaco era scrostato in più punti.

La stessa cosa accaduta a centinaia di chilometri da lì, moltissimi anni prima.

Riprese a camminare. Errante riverbero di una vita sospesa, in bilico tra una domanda nascosta e una risposta sbagliata. Senza sapere perché, pur sapendo che altro non poteva essere.

 

7 Aprile 2073

Era una mattina tersa. Di quelle che ti puoi aspettare solo nelle prime giornate di primavera. I colori erano diversi e più luminosi e persino i suoni si diffondevano con enfasi maggiore.

La città vecchia, ormai solo di nome, scintillava sotto i raggi del sole. Gli edifici antichi avevano un aspetto nobile, come il ciottolato delle strette strade che come una ragnatela si diramavano in mille direzioni; le volte un tempo buie persino di giorno, ora erano una meraviglia di stucchi riportati al loro originale splendore e le due torri del centro svettavano luminose e potenti nel cielo, guardiane di una nuova età dell’oro che prosperità e saggezza avevano costruito con fatica e determinazione.

L’uomo si guardò intorno annuendo. Aveva assistito a quel cambiamento, lento e inesorabile, e ogni giorno del suo cammino infinito ne aveva assaporato la magnificenza. Pur non potendo interagire, né condividere.

L’uomo che era stato Klaus Hausmann era solo un’ombra. Un errante semi invisibile che attraversava gli anni senza che questi gli fossero letali. Una voluta di fumo negli occhi di chi lo incontrava; per un attimo lo osservavano e l’attimo successivo erano già dimentichi di lui.

Il suo passo strascicato non si era mai fermato. Si era calcificato in un movimento asincrono col mondo che lo circondava, e che mutava, e cresceva. Lui, invece, era solo una mummia di un passato lontano. Un testimone silenzioso. Un superstite della deflagrante ignominia che aveva portato i suoi simili sul baratro dell’annullamento.

Si chiese come era potuto accadere quel cambiamento.

Era ritornato in quella città dopo aver girato e girato per i continenti, vedendo cose che non avrebbe mai immaginato, assistendo a crudeltà senza limiti, a guerre continue, a conflitti sempre più cruenti. Aveva visto miliardi di corpi cadere sotto il peso di armi senza nome, ma letali quanto il respiro stesso del sole.

Era stato a guardare, inerme, mentre l’umanità si falcidiava con ogni mezzo possibile, spargendo sangue su sangue, in una guerra che era sembrata eterna.

Si tolse gli occhiali, li pulì con un vecchio fazzoletto e li inforcò di nuovo.

Ma il cambiamento c’era stato, ed era evidente. E lui aveva visto come si era materializzato. Lui aveva visto come i suoi simili, cui il tempo dedicava la sua attenzione, si erano riuniti davanti alle macerie di un mondo deflagrato, maledicendo la stupidità umana. Piangendo sui resti di quella che avevano chiamato civiltà. Lui aveva visto tutto. E l’aveva visto ovunque.

Non aveva mai smesso di domandarsi come era potuto accadere che i rimasugli stracciati di una razza tanto crudele avessero potuto bandire l’odio dal loro sangue.

Ma era successo.

Davanti ai suoi occhi spettrali.

Ritornò con la memoria a quando era un uomo reale. Con orde di soldati a marciare al ridicolo passo di uno stupido pennuto. Rivide la ferocia della supremazia imposta e la rabbia della vendetta, e a corollario della dissennata sete di potere, la sfolgorante e cancerogena ascesa della follia. Vide le bandiere con le croci uncinate bruciare, e quelle con il sole nascente ardere di fuoco nucleare, poi i vessilli a stelle e strisce liquefarsi all’ombra di radianti onde di mortale calore stellare, e ancora bandiere e concetti e libri e costituzioni finire in cenere, tra le macerie di una civiltà che le aveva provate tutte per autoeliminarsi.

Lui aveva ucciso senza vergogna, ordinato morte e supplizi, e poi si era trasformato in un osservatore silenzioso. Aveva smesso di vivere senza morire, mentre il mondo si accendeva anno dopo anno, decennio dopo decennio, fino ad annullarsi. E poi era risorto, il mondo. Dalle proprie ceneri, come la sfolgorante e commovente leggenda dell’Araba Fenice.

E lui aveva assistito a tutto, aveva visto tutto. Ma non era risorto, lui. Lui no.

Era solo impallidito sempre di più, sino a diventare poco più di un ologramma sfocato, vestito con vecchi e logori pantaloni, un maglione largo e smunto e un cappotto marrone di lana grezza. La pelle tirata come quella di una mummia in perfetto stato di conservazione, ma pur sempre una mummia. Un reperto archeologico. Uno sputo proveniente dal passato.

Perché lui era solo questo. Il passato.

Alcuni rumori festosi lo distolsero da quei pensieri che non lo lasciavano mai e si girò per guardare la piazza dominata dall’imponente fontana sovrastata da sculture antiche rimodellate dal fuoco dell’odio, e lasciate com’erano a monito di qualcosa che non doveva più accadere.

Un gruppo di ragazzini stava giocando a palla, tra grida gioiose e incitamenti coraggiosi. Bambini di etnie diverse, alcuni biondi, altri con ricci scuri e pelle d’ebano, altri ancora coperti da lentiggini e capelli color del rame. Le diversità annullate.

Era la prima volta che quella parola gli scorreva addosso. Diversità.

Si avvicinò per osservare meglio quel gruppo omogeneo di innocenza.

E anche quella parola divenne simbolo. Innocenza.

Diversità e innocenza. Le legava qualcosa, lo sapeva, lo sentiva. Si sentì avvampare. Era da un’eternità che non provava un’emozione come quella. Anzi, aveva smesso tanto tempo prima di sentire emozioni che non fossero sconforto, solitudine, disperazione. Era la prima volta che sentiva di poter vedere realmente. Vedere che quello che lo circondava grondava di un suono diverso da quello che aveva conosciuto quando una divisa attillata e nera e un simbolo terrificante erano il centro della sua vita e la rappresentazione della realtà futura.

E l’uomo, così, pianse.

Udì il vuoto pesante di parole mai espresse e colse in quel dolore qualcosa di antico, che non era in grado di spiegare, ma che sapeva reale. Vero.

Tornò sui suoi passi, verso una delle stradine che si infilavano nei cunicoli ora luminosi e armoniosi della città ricostruita, lasciandosi alle spalle il gruppo di bambini vocianti e allegramente giocosi.

Quando fu ormai lontano da quel rumoreggiare, fermò il suo passo di colpo. Alla sua sinistra, vicino all’angolo di un aristocratico palazzo, c’era il negozio in cui per due volte era entrato. E per due volte ne era uscito confuso e triste.

Alcune persone allegre e vestite in modo elegante passarono davanti alle sue vetrine senza nemmeno vederlo. Si chiese com’era possibile. Quel piccolo negozio spiccava in modo così deciso e disarmonico con ciò che lo circondava che non era possibile non notarlo.

L’uomo si avvicinò. Quando fu di fronte alla vetrata rivide gli stessi oggetti esposti. Sempre gli stessi.

Chiuse gli occhi. Stava succedendo di nuovo. Sarebbe entrato, lo sapeva. Non poteva evitarlo. Pur non conoscendone la ragione. E così si fece avanti. Spinse la porta d’ingresso ed entrò, accolto dal debole trillo del campanellino d’ingresso.

L’interno era esattamente come l’aveva lasciato decenni e decenni prima. Aveva smesso di chiedersi come si compiva quella sorta di magia. Forse non sarebbe stato in grado di capirlo.

Camminò lungo lo stretto corridoio, tra le alte teche di vetro. Tutt’intorno le familiari scaffalature di legno scuro.

Quando il suo passo debole lo condusse al bancone, vi si appoggiò, colmo di una stanchezza che ormai non aveva più limiti.

- Quindi ci rivediamo, Klaus – disse una voce che lui conosceva bene.

Alzò la testa e vide il vecchio gestore di quel piccolo e polveroso negozio. L’uomo dagli scintillanti occhi azzurri e dalla barba bianca, con la pelle antica e scura, tirata come cuoio trattato. Aveva uno sguardo pieno di comprensione. Una luce pietosa e gentile che non ricordava di avergli mai visto.

- Ephram Corabi… - sussurrò.

- Già. Ancora una volta sei giunto qui.

Klaus annuì senza dire nulla.

- C’era molto da imparare, come hai potuto notare – disse Ephram. – Valeva la pena di non fermarsi, non credi?

Lui non seppe che rispondere. Avrebbe voluto dirgli che quell’esperienza gli aveva cambiato la visione dell’esistenza e che tutto ora era diverso e più chiaro. Avrebbe voluto dirgli tante cose, ma in quell’istante preciso si sentì solamente vecchio. Vecchio più di quanto non si fosse mai sentito. Sentiva le forze venir meno anche in un corpo come il suo, fatto di nulla, che non aveva bisogno di mangiare, di bere, di dormire.

- Sono stanco, Ephram – disse con un filo di voce. – Ho vagato e vagato, senza fermarmi. Senza un attimo di tregua.

- Lo so. Non poteva essere diversamente, Klaus.

Lui lo osservò. Una figura senza tempo. Misteriosa e anche inquietante. Da quando lo aveva incontrato la prima volta non aveva mai smesso di chiedersi chi era e come poteva fare quello che faceva. In parte avrebbe voluto odiarlo per avergli inflitto quel supplizio, ma ciò che invece era salito in cattedra, tra i suoi pensieri, era ben altro.

- Perché io, Ephram?

Il vecchio si illuminò in viso e sorrise. Klaus vide compiacimento in quell’espressione e fu qualcosa di sinistro. Perché gli occhi di quell’uomo non sorridevano affatto.

- Domanda notevole. Ti sono serviti centotrent’anni per formularla. – Scosse la testa, senza smettere di sorridere. – Non è quel che mi aspettavo di sentire, ma ci possiamo arrivare, forse. Però ti devo riconoscere il merito di essere giunto ad un punto cardine.

Lui non capì. E l’espressione dipinta sul suo volto oscurato dalla fatica fu eloquente per Ephram.

- Va detto che non sempre si formulano domande cogliendo il significato profondo delle stesse. Spesso si fanno per una sorta di effetto automatico. – Fece una piccola pausa, appoggiandosi con entrambe le braccia ossute al bancone. – Perché tu, quindi? La risposta è piuttosto banale, nella sua spietatezza.

Klaus si strinse nel logoro cappotto marrone.

- L’uomo uccide l’uomo – continuò Ephram. – Per ragioni discutibili e per stupidità. Talvolta lo fa per obbedienza, talvolta per puro piacere. Raramente lo fa perché ci crede. A te non dava piacere e obbedire era solo una formalità. Tu ci credevi. – Annuì, vedendo nel viso del suo evanescente interlocutore un’ombra di terrore. – Credevi che quello fosse giusto. Che uccidere, devastare, annichilire fosse il mezzo unico e necessario per dare ordine ad una razza, la tua, sempre in bilico tra meschinità e perversione. Volevi spazzare via l’inutile e tenere il necessario. Ecco perché tu e non altri.

Klaus si sentì morire dentro. E due parole, due semplici parole crebbero nella sua testa. Diversità ed innocenza. E ricordò come vedeva quelle parole nel polveroso e lontano passato dove era stato avvinghiato dai fili d’acciaio del potere. Diversità come simbolo di pericolo, come un cancro, come una pustola infetta. Ed innocenza come segno di debolezza e mancanza di carattere.

- Però, - riprese Ephram – ad un certo punto iniziasti a farti delle domande su te stesso. Non lo facesti per paura. Non lo facesti per convinzione. Fu il dubbio a muovere in te i primi passi di una visione differente. – Sorrise di nuovo, e questa volta i suoi occhi si aprirono in un caldo abbraccio. - E quelle due parole iniziarono ad essere il tuo tormento.

- Diversità ed innocenza.

- Si, Klaus.

L’uomo si sentì prendere dallo sconforto. Aveva creduto in quello che faceva. Gli sembrava così incredibile, ora.

- Non lo è – disse Ephram, leggendo i suoi pensieri. – Alla radice dell’uomo sta il selvaggio predatore. In seguito si è trasformato in civile assassino e pragmatico despota per stabilire ordine. Sprazzi di cambiamento in questo sistema di pensiero nel corso della storia non sono bastati. Ma sono segnali. Come il tuo. – Fece una smorfia cinica e quasi comica al tempo stesso. – Ora ti è un po’ più chiaro, Klaus?

Lui si strinse nelle spalle. Un peso senza pari lo avvolse e sentì di nuovo il bisogno di piangere. Guardò Ephram con tristezza e scoramento. Il suo cuore di nebbia intangibile ebbe un sussulto disperato. – Ma come avrei potuto, io, cambiare questo stato di cose?

E fu in quel momento, pronunciando quelle parole, che comprese. Ed Ephram Corabi, il gestore di quel vecchio negozio di anticaglie, sorrise. Finalmente davvero compiaciuto. Prese tra le sue mani ossute quelle pallide e diafane di Klaus.

- Ecco la domanda! La domanda a cui hai dato la caccia per così tanti anni! Davi risposte a quesiti inutili, quando l’unica risposta che cercavi era a questa semplice, terribile, onesta, disarmante domanda. Che ha disilluso e indebolito l’uomo dalla notte dei tempi. Capisci, Klaus?

E Klaus capì.

Comprese che il predatore sanguinario aveva già avuto tra le sue mani la possibilità di fermare quel processo devastante. Ma non si era mai avviato lungo quel sentiero. Se non in sporadiche occasioni, troppo labili, troppo settoriali. Perché la Terra non aveva bisogno di santi, di martiri, di obiettori, di negazionisti. Aveva solo bisogno di assassini che smettessero di uccidere per la stessa ragione che li aveva condotti a farlo. Capire. E formulare una domanda che era davvero il viatico per raggiungere la parola che poteva fermare tutto e permettere di ricominciare a sperare.

Il vecchio lasciò le sue mani e lo guardò con intensità. – Esatto. La chiave del destino sta tutta lì, Klaus. – Gli indicò la porta. – Vieni con me, ora. Devo mostrarti qualcosa.

Uscì da dietro il bancone e gli fece strada verso l’uscita. Lui si incamminò, con il suo passo debole. Lo spirito pervaso dalla speranza che tutto fosse finalmente finito.

Ephram aprì la porta del negozietto e il debole trillo si fece nuovamente sentire.

Quando furono fuori Klaus strabuzzò gli occhi dietro alle lenti dei vecchi occhiali.

La città che scintillava di bellezza e pace, di ricostruzione e speranza, era sparita. Il negozio che compariva e spariva come per una misteriosa magia era immerso in un panorama avvilente e triste. Macerie ovunque. Polvere e distruzione in ogni direzione potesse osservare. Corpi ormai ridotti a cumuli di ossa mummificate erano in ogni dove, sotto un cielo grigio e nero.

- Ma cosa… Cos’è questo? – chiese atterrito.

- Il futuro, Klaus – disse il vecchio. – Questo è il futuro. Centotrent’anni da quando ci siamo incontrati per la prima volta, nella vecchia cittadina che ti ha visto nascere.

Lui scosse la testa. – Non è possibile. Io ho visto ben altro! Ho visto la rinascita, ho visto la fratellanza, ho visto l’amore e la gioia!

- Hai visto quello che il tuo cuore voleva vedere. Un mutamento che non è mai avvenuto, qui. Perché l’uomo ha continuato a falcidiare l’uomo fino ad arrivare a non avere più nulla da uccidere, da distruggere, da dominare.

Klaus si portò le mani al viso. Lacrime quasi invisibili, ma pesanti come macigni, scesero sulle sue guance avvizzite.

- Avremmo dovuto dire no… - sussurrò.

Il vecchio annuì. – Si, Klaus. La chiave del destino è proprio racchiusa lì. In quella piccola parola. La risposta alla domanda che risposte non ha.

E in quel preciso istante Ephram Corabi scomparve. E scomparve il negozio di anticaglie.

Scomparve la città devastata e i corpi mutilati e scrostati dal tempo divennero nebbia. Fino a che il buio avvolse tutto e tutto fu nulla.

 

12 Giugno 1943

Klaus Hausmann aprì gli occhi. Il soffitto a volta della sua camera da letto era illuminato dal sole che entrava dalla grande finestra. Si alzò e si mise a sedere. Guardò tutt’intorno, come se non riconoscesse ciò che lo circondava. O forse, come se lo stesse guardando per la prima volta.

Un’ondata di panico lo raggiunse dal profondo e si precipitò alla finestra. Guardò fuori e vide il parco della sua villa di campagna. Sul viale avvolto dalle siepi c’era la sua macchina parcheggiata, con i simboli nazisti sulle portiere.

Si girò verso la camera e vide la sua divisa appesa sulle grucce. Nera, pulita e stirata. Gli stivali lucidati e il cappello appoggiato sulla sedia di fianco.

Qualcosa non gli tornava, però. Si sentiva stanco in modo innaturale.

Osservò la sua immagine allo specchio. Una figura aitante, muscolosa. La pelle chiara e i capelli corti di un castano chiaro con un debole accenno di grigio alle tempie. Prese gli occhiali dalla montatura dorata e scintillante e se li mise. Aveva un’aria austera e autoritaria, ma i suoi occhi erano velati da un male antico, che non seppe riconoscere. Ma dava dolore. Una fitta di dolore che partiva dal cuore e si spingeva fin nei recessi reconditi della sua anima.

Distolse lo sguardo dalla sua immagine.

Si avviò a passo lento verso la divisa e iniziò a vestirsi. Conscio che avrebbe dovuto ricordare qualcosa, ma senza sapere cosa. E perché.

Mezz’ora dopo salì in macchina e disse al suo autista di condurlo in città. L’auto lucida e nera si avviò sul viale e imboccò la strada principale. Klaus osservava i campi coltivati e le piccole colline dove le vigne crescevano rigogliose per produrre il miglior vino tedesco della nazione. Osservò i contadini al lavoro e le loro case, sopra le quali svettava il simbolo della svastica come monito e come orgoglio.

Eppure tutto quello che vedeva gli dava una sensazione amara e deludente. Tutta quella pulizia, quell’ordine, quella precisione, le sentiva macchiate. Invase, come se una puzza continua di muffa salisse da un ignoto profondo per degradare e storpiare quel laborioso intreccio di perfezione.

Giunto nella piccola cittadina, si fece lasciare dall’autista nel centro, vicino alla piazza circolare poco lontana dal maestoso duomo di pietra marrone.

Si incamminò lentamente, con il cappello calato sulla testa e il passo marziale e imperioso che il suo grado imponeva. Intorno a lui, sui muri delle case, slogan inneggianti alla supremazia della razza e al potere del Reich deturpavano la bellezza e la finezza delle costruzioni.

Incrociò soldati in marcia che lo salutarono col braccio alzato e civili che gli sorrisero. Alcuni più sinceri di altri.

C’era qualche anziano, reduce del primo conflitto, che lo aveva visto nascere e che lo salutava chiamandolo per nome. Con orgoglio e anche con riverenza.

Ma il sordo dolore nel suo petto non si era quietato. Continuava a far sentire il suo rumore. Come una sottile nenia triste che ti avvolge la mente distogliendo la tua attenzione da quello che vedi.

Svoltò in una strada in discesa e vide una camionetta militare ferma davanti ad un piccolo negozio. Due soldati erano di guardia ai lati della porta aperta.

Lui si avvicinò mantenendo il passo. Quando fu a pochi metri i due soldati lo videro e si misero sull’attenti, tendendo il braccio.

- Comodi - disse. - Cosa succede?

- Ordini, signor Colonnello. Portiamo via il gestore del negozio.

Lui storse la bocca in una smorfia. Conosceva quel posto. – Ordini di chi?

- Miei – disse un uomo apparso sulla soglia. Era in completo scuro con un cappello a falde larghe calate sulla testa. Il viso scolpito nella pietra e una cicatrice che gli tagliava la guancia sinistra.

– Heil Hitler, Colonnello…

- Heil – rispose. – Colonnello Klaus Hausmann. Lei chi è?

- Gerard Kloster. Gestapo.

Lui annuì pensoso. – Cosa ci fa la Gestapo qui? È una cittadina tranquilla questa.

- E molto bella, anche – disse sorridendo, ma sembrò più il ghigno di un mastino. – Abbiamo avuto una segnalazione.

Due soldati uscirono dal negozio e lui li fece passare. Tenevano per le braccia un vecchio con la barba bianca e gli occhi azzurri come il cielo. Era vestito con un consunto completo grigio.

- Questo qui – disse Kloster – è uno di quelli.

- Quelli? – chiese Klaus.

- Un ebreo, Colonnello. Un ebreo. Lo portiamo via.

Il vecchio lo guardò negli occhi, aveva l’aria smarrita. Eppure in quello sguardo c’era di più, molto di più. Qualcosa che andava oltre il tempo, oltre i confini di un pensiero continuo e invadente. Occhi che silenziosamente costruivano parole sorde, ma deflagranti.

Lui si avvicinò e fece cenno ai soldati di lasciargli le braccia. A malincuore obbedirono, pur senza spostarsi. L’uomo della Gestapo inarcò un sopracciglio.

- Klaus Hausmann… - disse il vecchio con un sussurro.

Lui si tolse il cappello. Fissò negli occhi l’anziano e ne carpì intensità e verità. – Ephram Corabi – disse. – Tu sei Ephram Corabi.

- Si, sono io.

- Colonnello, - disse Kloster – se questo siparietto è finito dovremmo portare via questo mezzosangue. – La parola fu pronunciata con disprezzo.

- Prego? – chiese con fastidio.

- Padre italiano e madre ebrea. Mezzosangue, niente di peggio. Si nascondono ovunque. – Fece una smorfia schifata. – Ma li staniamo sempre.

Klaus sentì il proprio cuore in gola. Era la prima volta che avvertiva una sensazione simile. Il vecchio lo guardava intensamente, come se potesse leggergli dentro e questo amplificava lo smarrimento che lo stava attanagliando.

Kloster fece cenno ai due soldati di procedere. Trascinarono l’uomo alla camionetta e lo fecero salire senza troppi riguardi, gli altri due di guardia salirono dietro di lui e si sedettero di fronte, con le armi puntate.

- Bene, - disse l’uomo della Gestapo – mi dispiace dover dire che sarò costretto ad includere nel mio rapporto anche la sua non intenzionale quanto curiosa intrusione, Colonnello Hausmann. – Nel tono della voce c’era più di una velata minaccia. E lui la colse.

- No – disse.

Kloster lo guardò di sottecchi. – Cosa ha detto, Colonnello?

- Ho detto, no. Lasciate andare quell’uomo.

- Lei non ha l’autorità per impedirmi di fare il mio lavoro. E le consiglio di non peggiorare una situazione già di per sé sospetta. – Fece per avviarsi, ma fu fermato da Klaus.

- Non è un ebreo – disse Klaus, togliendosi il cappello di nuovo. – E’ solo un uomo che non ha fatto niente di male. Lasciatelo andare.

Ephram Corabi sorrise con amarezza, facendogli cenno di si con la testa.

Kloster lo guardò dritto negli occhi, con un espressione di ghiaccio. – La dichiaro in arresto, Colonnello Hausmann. Risponderà alla Corte Marziale di questo suo gesto.

Lui scosse la testa. Poi si strappò le mostrine e gettò a terra il cappello. – Klaus Hausmann, Herr Kloster. Solo Klaus Hausmann. E avrei dovuto dire no molto tempo fa. Avremmo dovuto farlo tutti. Anche lei. – Salì sulla camionetta sotto lo sguardo attonito dei soldati e quello ammutolito dell’uomo della Gestapo. Solo Ephram Corabi manteneva il suo sorriso.

- La redenzione non è la via, - disse – come il martirio, del resto.

- Lo so – rispose Klaus. – Ma la comprensione del proprio destino, sì.

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