Libreria «l'Antro di Ulisse»

... a Ferrara dal 1979!

Notturno -

Notturno

Mentre Mattia Pascal, nella biblioteca di Miragno, compone il manoscritto del romanzo che lo vede protagonista, il reverendo don Eligio Pellegrinotto, che ha in custodia i libri lasciati al Comune da monsignor Boccamazza, «sbuffa sotto l'incarico che si è eroicamente assunto di mettere un po' d'ordine in questa vera babilonia di libri». Prima di lui, nessuno si era mai «curato di sapere, almeno all'ingrosso, dando di sfuggita un'occhiata ai dorsi, che razza di libri quel Monsignore avesse donato al Comune: si riteneva che tutti o quasi dovessero trattare di materie religiose. Ora il Pellegrinotto ha scoperto, per maggior sua consolazione, una varietà grandissima di materie nella biblioteca di Monsignore; e siccome i libri furon presi di qua e di là nel magazzino e accozzati così come venivano sotto mano, la confusione è indescrivibile»1.

In una biblioteca – ha scritto G. Perec – il disordine non costituisce una cosa di per sé grave; se non che a questa «apologia del disordine simpatico si oppone la meschina tentazione della burocrazia individuale: ogni cosa al posto giusto e il posto giusto per ogni cosa, e viceversa; tra queste due tensioni, l'una che privilegia il lasciar andare, la bonomia anarchica, e l'altra che esalta le virtù della tabula rasa, della freddezza efficiente della grande sistemazione, si finisce sempre per cercare di mettere ordine tra i propri libri»2.

Riordinare la biblioteca è una delle cose più difficili, equivalente ad avventurarsi «su un terreno in cui persino gli angeli esitano ad avanzare» (J. C. Onetti)3. La sistemazione della biblioteca continua ad essere uno dei chiodi fissi della mia vita; tuttavia, nonostante l'impegno che vi ho costantemente profuso, non sono ancora riuscito a trovare un ordine soddisfacente, che, combinando razionalità ed estetica, possa finalmente acquietare le mie notti. Privilegiando la logica viene a crearsi una delusione per l'occhio, poiché qualunque sia il criterio di collocazione (genere, tema, ordine cronologico di pubblicazione, ordine alfabetico per autori o titoli ecc.) si ottiene sempre un profilo troppo irregolare e accidentato, simile allo skyline di New York. Viceversa, un criterio estetico (per dimensione o per collane) produce un disagio mentale crescente, un senso di colpa nei confronti della cultura e degli autori amati per avere ridotto l'una e gli altri, se pur non intenzionalmente, a soprammobili.

Sono arrivato a pensare che l'unico vero rimedio a questa forma di ossessione sia forse la cecità. In fondo – mi dico in questi momenti notturni di ottundimento – Omero era cieco, anche se in verità non aveva libri da leggere se non dopo averli composti egli stesso, assicurandosi l'immortalità. Sorte che non toccò invece a Tamiri, il mitico cantore che, come Omero stesso racconta, osò sfidare le Muse e fu punito con la cecità:

                                                     ... le Muse
fattesi avanti al tracio Tàmiri tolsero il canto,
mentre veniva da Ecalia, da Euríto Ecaleo,
e si fidava orgoglioso di vincere, anche se esse,
le Muse cantassero, figlie di Zeus egíoco!
Ma esse adirate lo resero cieco e il canto
divino gli tolsero, fecero sì che scordasse la cetra4

Delle opere attribuite a Tamiri (Teogonia, Cosmogonia, Titanomachia) nessuna è sopravissuta. Al contrario, John Milton, che perdette completamente la vista nel 1652, comporrà da cieco, dettandole, le sue opere maggiori (Il Paradiso perduto, 1667; Il Paradiso riconquistato, 1671; Sansone agonista, 1671). Si potrà obiettare che il grande matematico e geografo Eratostene di Cirene, successore di Apollonio Rodio nella direzione della biblioteca di Alessandria, non riuscì a sopportare la sopravvenuta cecità e, intorno al 195 a.C., si tolse la vita lasciandosi morire di fame. Ma ci sono casi del tutto opposti: Borges, divenuto nel 1955 direttore della Biblioteca Nazionale di Buenos Aires (prima di lui lo erano stati Paul Groussac e José Mármol, anch'essi ciechi), seppe infatti accettare la cecità come un dono:

Lo scrittore vive, il fatto di essere poeta non si esaurisce in un tempo determinato. Nessuno è poeta dalle otto alle dodici e dalle due alle sei. Chi è poeta lo è sempre e si vede investito della poesia continuamente. Lo stesso vale per un pittore, credo, che sente che i colori e le forme lo incalzano senza posa. O per un musicista, che sente che il singolare mondo dei suoni – il mondo più singolare dell'arte – continua a cercarlo, che vi sono melodie e dissonanze che lo cercano. Per il lavoro dell'artista, la cecità non è proprio un'infelicità: può essere un mezzo... Uno scrittore, o meglio ogni uomo, deve pensare che tutto ciò che gli capita è un mezzo; tutte le cose gli sono state date per uno scopo, e ciò è più forte nel caso di un artista. Tutto ciò che gli capita, comprese le umiliazioni, le vergogne, le sventure, tutto questo gli è stato dato come argilla, come materiale per la sua arte; deve servirsene... Queste cose ci sono state date perché le trasformiamo, perché dalle misere circostanze traiamo cose eterne o che aspirino a esserlo...Se il cieco pensa in questo modo, è salvo. La cecità è un dono5.

E continuò ad essere, oltre che un grande scrittore, anche un ottimo lettore, indipendentemente dalla voce che gli veicolava i testi:

Io continuo a giocare a non essere cieco, continuo a comprare libri, continuo a riempirmi la casa di libri. Nei giorni scorsi mi hanno regalato un'edizione del 1966 dell'Enciclopedia Brokhaus. Ho sentito la presenza di questo libro in casa, l'ho sentita come una sorta di felicità. Erano lì i venti e più volumi a caratteri gotici che non posso leggere, con le mappe e le incisioni che non posso vedere; e tuttavia, il libro era lì. Io sentivo come una gravitazione amichevole del libro. Penso che il libro sia una delle possibilità di gioia che abbiamo noi uomini6.

Mi chiedo se, in caso di cecità (condizione non assente nella mia famiglia), saprei adottare la soluzione drastica di Eratostene o accettare quella saggia ed elegante di Borges. La cecità è dunque una punizione o un dono? Nel dubbio, riprendo i miei spostamenti, godendomi i loro risvolti positivi. Essi offrono infatti l'occasione per riprendere in mano e sfogliare libri che altrimenti rimarrebbero dimenticati e inerti, per riannodare fili col passato nel momento in cui si ritrovano dediche, appunti indecifrabili, segnalazioni di passi un tempo ritenuti importanti e che, riletti ora, possono risultare insensati o ancora più sconvolgenti. Infatti, come scrive lo scrittore irlandese McGahern (n. 1934), giunge sempre un momento «in cui il nostro modo di leggere deve cambiare drasticamente, altrimenti siamo costretti a smettere», e questo cambiamento «è legato alla consapevolezza che abbiamo di crescere, la consapevolezza che non vivremo per sempre, e che ogni vita umana si misura con la medesima difficoltà»; e così scopriamo «di non riuscire più a leggere alcuni libri che una volta invece non sapevamo deciderci a posare; al contrario altri libri, che prima erano noiosi, assumono un fascino e un significato del tutto nuovo»7. Riprendere occasionalmente in mano i volumi consente così di ricostruire per frammenti la linea di antiche convinzioni o di vecchi propositi.

Una cartolina dal Marocco, dell'estate del 1980, firmata Elena. Ma quale delle diverse donne con questo nome che ho conosciuto? E, quale che sia, si ricorderà ancora di me? O le nostre vite si sono incrociate solo per caso e inutilmente?

Un pezzetto di carta ingiallita con un punto esclamativo. Si riferisce alla pagina di sinistra o a quella di destra? Le rileggo e in entrambe ci sono passi significativi: ma sono tali in relazione al mio passato o al mio presente?

Un appunto, in matita leggera, su una cronologia dei pontefici, a fianco della parte dedicata a Paolo VI, morto a Castelgandolfo nell'agosto del 1978: una nuda bara di legno chiaro sormontata da un vangelo aperto, con le pagine delicatamente sfogliate dal vento: situazione che in questo momento associo all'affermazione di Stéphane Mallarmé (1842-1898) che «tutto, al mondo, esiste per far capo a un libro».

Una dedica maschile (Per vincere la noia, per vincere la vita, per apprezzare la noia della vita) sul piccolo volume di Max Aub Delitti esemplari, attraverso la quale riscopro l'incrollabile positività di mio fratello; e una femminile (una citazione da Katherine Mansfield - «Il piacere di leggere è doppio quando si vive con qualcuno col quale condividere i libri» - sulla prima edizione francese del romanzo di Marguerite Yourcenar Memoires d'Hadrien, Paris, Plon, 1951) che mi riapre una vecchia ferita, causata dall'aver tardato a visionare (per pigrizia o per invidia) il manoscritto di una colta e sensibile collega che, poco tempo dopo, ci ha prematuramente lasciato. Ricordo che a quel tempo Lorenzina era tra le poche a rifiutare la categoria della scrittura 'femminile', facendo propria la perentoria affermazione di Karl Kraus: «esistono due tipi di scrittori: quelli che lo sono e quelli che non lo sono».

Un angolo di pagina ripiegato: casualità, punto di arrivo della lettura o segnale di presenza di brano importante? In quest'ultimo caso, importante per chi? Non per me, che detesto le orecchie nei libri, insensate provocatrici di irreversibili snervature della carta. Per un familiare? Per l'ignoto precedente possessore del volume, che potrei aver acquistato di secondo mano? E perché lo ha venduto? Ma tutti gli amanti dei libri prima o poi ne vendono, o per un rifiuto (destinato spesso al rammarico) o per il piacere di ricomprarli. Ancor oggi, di fronte a un libro che ho impiegato molto tempo ad acquisire, avverto il fremito di gioia provato la prima volta, e quasi vorrei non possedere il volume solo per poterlo acquistare ora. L'acquisto di un libro determina sempre l'insorgere di intense emozioni. L'ardore che, nelle grandi librerie, ci spinge ad affrontare il mare magnum di carta, dall'aspetto familiare eppure sempre ignoto, a districarci tra le sue novità (reali o apparenti) e le sue seducenti insidie. Un profilo del lettore in libreria viene delineato in modo ironico quanto veritiero in una memorabile pagina, probabilmente dettata da esigenze classificatorie alla G. Perec, di Italo Calvino:

...ti sei fatto largo nel negozio attraverso il fitto sbarramento dei Libri Che Non Hai Letto che ti guardavano accigliati dai banchi e dagli scaffali cercando d'intimidirti. Ma tu sai che non devi lasciarti mettere in soggezione, che tra loro s'estendono per ettari ed ettari i Libri Che Puoi Fare A Meno Di Leggere, i Libri Fatti Per Altri Usi Che La Lettura, i Libri Già Letti Senza Nemmeno Bisogno D'aprirli In Quanto Appartenenti Alla Categoria Del Già Letto Prima Ancora D'Essere Stato Scritto. E così superi la prima cinta dei baluardi e ti piomba addosso la fanteria dei Libri Che Se Tu Avessi Più Vite Da Vivere Certamente Anche Questi Li Leggeresti Volentieri Ma Purtroppo I Giorni Che Hai Da Vivere Sono Quelli Che Sono. Con rapida mossa li scavalchi e ti porti in mezzo alle falangi dei Libri Che Hai Intenzione Di Leggere Ma Prima Ne Dovresti Leggere Degli Altri, dei Libri Troppo Cari Che Potresti Aspettare A Comprarli Quando Saranno Rivenduti A Metà Prezzo, dei Libri Idem Come Sopra Quando Verranno Ristampati Nei Tascabili, dei Libri Che Potresti Domandare A Qualcuno Se Te Li Presta, dei Libri Che Tutti Hanno Letto Dunque È Quasi Come Se Li Avessi Letti Anche Tu. Sventando questi assalti, ti porti sotto le torri del fortilizio, dove fanno resistenza
   i Libri Che Da Tanto Tempo Hai In Programma Di Leggere,
   i Libri Che Da Anni Cercavi Senza Trovarli,
   i Libri Che Riguardano Qualcosa Di Cui Ti Occupi In Questo Momento,
   i Libri Che Vuoi Avere Per Tenerli A Portata Di Mano In Ogni Evenienza,
   i Libri Che Potresti Mettere Da Parte Per Leggerli Magari Quest'Estate,
   i Libri Che Ti Mancano Per Affiancarli Ad Altri Libri Nel Tuo Scaffale,
   i Libri Che Ti Ispirano Una Curiosità Improvvisa, Frenetica E Non Chiaramente Giustificabile.
Ecco che ti è stato possibile ridurre il numero illimitato di forze in campo a un insieme certo molto grande ma comunque calcolabile in un numero finito, anche se questo relativo sollievo ti viene insidiato dalle imboscate dei Libri Letti Tanto Tempo Fa Che Sarebbe Ora Di Rileggerli e dei Libri Che Hai Sempre Fatto Finta D'Averli Letti Mentre Sarebbe Ora Ti Decidessi A Leggerli Davvero8.

Nei mercatini, il piacere dell'intuizione e della scoperta, l'illusione del grande affare (che diverrà tale solo nei resoconti agli amici, i quali faranno finta di crederci per assicurarsi, a loro volta, la nostra futura credulità). Ma anche la diffidenza e il sospetto (se non l'odio) nel trovare gli altri clienti, tutti miei possibili rivali, assiepati sulle bancarelle governate da un barbuto e indifferente signore; la sofferenza nel vedere la pura avidità con cui alcuni afferrano con mani rapaci e indegne i libri e li aprono crudelmente nel mezzo; e il senso di fratellanza verso quelli che, dopo aver pazientemente osservato, scelgono un volume e, con amore e con arte, prima lo aprono da entrambi i lati, forzando con rispettosa pressione, quindi prendono a sfogliarlo dall'inizio alla fine, con cauta rapidità, pagina per pagina.

Un trifoglio. Questo si spiega bene come semplice segnale raccolto ai piedi di una panchina; diversamente, sarebbe stato un quadrifoglio. Ma che dire davanti a una foglia di ginkgo biloba?

Qualche banconota fuori corso, che avevo cominciato a depositare come in un salvadanaio finalizzato all'acquisto di libri, e lì dimenticata. Non ricordo quali libri inseguivo allora, né il motivo per cui ho interrotto questa abitudine; ma tutto riacquista un senso ora, dopo aver letto il componimento ammonitore di Giovanni di Salisbury nel Policraticus:

Nessuna mano sporca della ruggine delle monete
sarà degna di un libro
né i cuor di moneta potranno toccarlo.
Uno non può a un tempo stimare il danaro e i libri.
Famedoro e bibliofili non possono stare assieme,
non c'è dubbio, credimi, non c'è una casa
comune per entrambi9.

Considerazione che mi fa ricordare il signor Oldbuck, protagonista del romanzo di Walter Scott L'antiquario (1816); collezionista e bibliomane, egli apprezza i libri per il loro valore estrinseco, per la loro rarità («Qui c'era un libro ritenuto prezioso perché comprendeva gli emendamenti finali dell'autore e là un altro... era tale perché non li aveva. Uno era di valore perché era un 'n folio', un altro perché era un 'dodicesimo'; alcuni perché erano spessi, altri sottili...») e soprattutto in quanto «prede» catturate con mestiere e tenacia a un prezzo d'occasione, per rivaleggiare con i collezionisti spendaccioni e «goder della loro sorpresa e della loro invidia». Il suo idolo è Snuffy Davie:

Davie Wilson, comunemente chiamato Snuffy Davie, per la sua attitudine inveterata di fiutare tabacco di infima qualità, era addirittura il principe di coloro che frugavano nei vicoli ciechi, nelle cantine e sulle bancarelle alla ricerca di volumi rari. Aveva il fiuto di un cane da caccia e la presa di un bulldog. Era capace di scoprire una vecchia ballata scritta in gotico fra i fogli di un giornale di legge, e di trovare un'editio princeps sotto le spoglie di un vecchio libro di scuola. Snuffy Davie comprò il Giuoco degli scacchi, 1474, il primo libro che fosse stampato in Inghilterra, su una bancarella in Olanda, per circa due groschen, ossia due dei nostri penny. Lo vendette ad Osborne per venti sterline, più tanti libri per il valore di altre venti sterline. Osborne vendette questa rarità piovuta dal cielo al dottor Askew per sessanta ghinee. Quando il dottor Askew lo rivendette... questo tesoro inestimabile fu apprezzato in tutto il suo valore e fu acquistato dallo Stato per centosettanta sterline!... Oh, fortunato, tre volte fortunato, Snuffy Davie!»10.

Un ritaglio di rivista con la fotografia sbiadita di un quadro di Philip Burne-Jones (1861-1926), figlio del preraffaellita Edward, Un capolavoro incompiuto (Rochdale Art Gallery, Lancashire), che ora accompagna, in splendida riproduzione a colori, una raccolta di racconti di Henry James. Quale rapporto lega il piccolo libro aperto sul letto, il quadro incompiuto e la disperazione del pittore? Affiora il ricordo di un tempo in cui anch'io ho nutrito la speranza... Forse dovrei dedicare una sezione privilegiata della biblioteca a questi libri 'marcati'.

Ho appoggiato sul pavimento due pile di libri, liberando momentaneamente uno scaffale (ne approfitto per dare una veloce spolverata). Potrei – mi dico – lasciarlo vuoto per una sezione virtuale, impossibile da colmare (e questo è un indiscutibile vantaggio) ma significativa, come un sogno o uno scarto del destino, affidando a questo minimo spazio autogestito il compito di evocare l'incommensurabile numero dei libri inesistenti: quelli perduti, quelli progettati e mai scritti, quelli dimenticati e quelli solo immaginati11: «animulae senza corpo», secondo la definizione di G. Macchia, «confinate per sempre nel loro limbo», ma che nell'insieme formerebbero «una biblioteca più ricca e suggestiva di quelle che oggi noi frequentiamo... una biblioteca inaccessibile, aperta soltanto ai nostri sogni e ai nostri incubi»12.

- La mitica «biblioteca sacra» di Ramsete II a Menfi, della quale parla Diodoro Siculo (I sec. a.C.) nella Biblioteca storica (I, 49) riprendendo il resoconto di Ecateo di Abdera (IV sec. a.C.).

- Il Margite di Omero, poema che secondo Aristotele suggerisce per primo le strutture della commedia: «come l'Iliade o l'Odissea stanno in rapporto alle tragedie, così il Margite si presenta nel medesimo rapporto con le commedie»13. E, insieme a questo, parte considerevole dei testi delle biblioteche antiche, il cui primo fondatore presso i Greci è considerato Pisistrato, tiranno di Atene. La sua biblioteca, scrive Isidoro di Siviglia (ca 560 – 636) nel VI libro delle Etimologie, «fu poi trasferita in Persia da Serse, in seguito all'incendio di Atene, e, assai più tardi portata nuovamente in Grecia da Seleuco Nicànore. Da questo momento nacque negli altri re e nelle altre città di Grecia il gusto di procurarsi volumi scritti da genti diverse e di volgerli in lingua greca grazie all'opera di traduttori. A partire da allora, Alessandro Magno e i suoi successori si dedicarono con zelo alla fondazione di biblioteche universali»14, la più famosa delle quali fu quella di Alessandria, sviluppatasi con Tolomeo Filadelfo e i suoi discendenti e giunta a possedere 70.000 volumi provenienti da ogni parte del mondo, raccolti e curati dai suoi insigni direttori: Zenodoto, che per primo stabilì i criteri della sistemazione dei libri, in base a contenuto (versi, prosa, letterari, scientifici, con relative sottocategorie) e nomi degli autori in ordine alfabetico); Aristofane di Bisanzio, dotato di prodigiosa memoria (si racconta che, convocato a far da giudice in una competizione poetica, accusò di plagio tutti i concorrenti ad eccezione di uno)15; Callimaco di Cirene, compilatore di Cataloghi, suddivisi per generi e indispensabili ai frequentatori della biblioteca per la consultazione. Nel 48 a.C. essa venne danneggiata dall'incendio appiccato al porto da Giulio Cesare (che in questo modo impedì che i nemici gli portassero via la flotta), ma, contrariamente a quanto afferma Plutarco, che pone in questa circostanza la fine della biblioteca (Vita di Cesare, 49), le perdite furono piuttosto limitate: lo storico Dione Cassio (Storia Romana 42, 38, 2) lascia intendere che bruciarono solo i libri stivati in quel momento nei magazzini sui moli. La definitiva scomparsa della bilioteca va invece collocata intorno al 270 d.C., durante i violenti scontri con cui l'imperatore Aureliano cercò di soffocare la ribellione di Zenobia, regina di Palmira16.

- I libri della biblioteca del monastero calabrese di Vivarium scomparsi dopo la morte del suo fondatore Cassiodoro (intorno al 585 d.C.), il quale tuttavia, con le Institutiones divinarum et saecularium litterarum, lasciò la propria eredità intellettuale, consistente nel nobilitare la vita monastica con l'attività di trascrizione di testi di ogni campo dello scibile, a tutti i futuri monasteri d'Europa.

- Una buona metà delle 279 opere schedate da Fozio (IX secolo), nella Biblioteca (noto anche come Myriobiblon), per le quali le 'recensioni' dell'erudito patriarca di Costantinopoli costituiscono l'unica testimonianza17.

- I testi progettati e non realizzati, come il Brutus di Alexander Pope, i due romanzi di Victor Hugo annunciati sui cataloghi a partire dal 1832 (La Quinquengrogne e Le fils de la bossue) o i romanzi di Verga che avrebbero dovuto completare il ciclo dei 'Vinti'.

- I finali delle opere incompiute, come il Kubla Khan di S. T. Coleridge, Il mistero di Edwin Drood di Charles Dickens, su cui sono fiorite innumerevoli ipotesi18, i romanzi di Kafka o i Giganti della montagna di Pirandello.

- Quelli che lo scrittore statunitense Sprague de Camp (1907-2000) definisce pseudolibri19, esistenti solo nelle pagine di altri libri, come il Libro segreto dello sciamano Hali, cui fa riferimento lo statunitense Ambrose Bierce (1842-1914) in alcuni racconti; l'Enciclopedia Galattica ricordata nella Trilogia della Fondazione di Isaac Asimov (1920-1992)20; il libro di sabbia immaginato da Borges21, così chiamato «perché quel libro e la sabbia non hanno né principio né fine», dal numero infinito di pagine, di cui nessuna è la prima e nessuna è l'ultima; o il Necronomicon (o Al Azif), attribuito all'arabo Abdul Alhazred (VIII secolo) e che sarebbe stato tradotto in inglese dal mago rinascimentale John Dee: un fantomatico trattato di necromanzia e magia evocatoria che sta alla base di molti racconti (a partire da La città senza nome, 1921) dello scrittore americano Howard Phillips Lovecraft (1890-1937), il quale nel 1936 ne delineò anche una storia (History and cronology of the «Necronomicon») che indusse molti a credere alla reale esistenza di questo libro maledetto22. Gli epigoni di Lovecraft hanno a loro volta fatto riferimento a testi misteriosi: Charles Ashton Smith al Libro di Eibon, Ludwig Prinn (pseudonimo di Robert Bloch) al De Vermiis Misteriis, August Derleth ai Frammenti di Celaeno.

- La traduzione delle opere (pressoché dimenticate) di sir Thomas Urqhuart (1611-1660, noto invece per la sua traduzione in inglese di Rabelais): il Pantochronochanon (in cui l'autore ricostruisce la propria genealogia a partire da Adamo), il Logopandecteision (in cui propone un linguaggio universale) e l'Ekskubalauron o The Jewel, silloge dei due testi precedenti.

- I presunti, demenziali (ma non troppo) 141 volumi della biblioteca di Saint-Victor consultati e catalogati da Pantagruele, tra cui Pértega salutis, Bragheta Juris, Il Gomitolo della teologia, La Mostardiera della penitenza, Il Culetto di disciplina, La ciabatta dell'umiltà, Il Trippodio del buon pensamento, Lo Scapaccion dei curati, La Cornamusa dei prelati, Il Coglionamento dei promotori, Il Merdema delle pulzelle, Il Cul pelato delle vedove, La Storia dei Farfarelli, Il Buttavento degli alchimisti, La Marmitta delle Quattro Tempora, Lo Smoccolone degli eremiti, La Martingala dei cacatori, Le Baggianate dei foletti e diavoletti, La Ramazza dei Nominati e Graduati, Il Ciullandario degli Abati, Lo Spazzacamino degli Astrologhi..., «alcuni dei quali», riferisce Rabelais (1494-1553), «sono già stati stampati, e gli altri si stanno stampando adesso in questa nobile città di Tubinga»23.

- I libri antediluviani che Salomone, secondo quanto sostiene l'egittologo Athanasius Kircher nell'Oedipus Aegyptiacus (1652-1654), avrebbe donato alla regina di Saba e che si troverebbero nella biblioteca del monastero della Santa Croce, in Abissinia.

- La biblioteca totalizzante che Mercurio mostra a Adone nel cielo della Luna, descritta da Marino nel canto X del poema: una «galeria reale/ che volumi accogliea quasi infiniti;/ eran con bella serie in cento sale/ riposti i ricchi armari e compartiti,/ legati in gemme, ed ogni classe loro/ distinguea la cornice in linee d'oro». Sono libri in varie forme e in vari linguaggi:

Molti n'eran vergati in molle cera,
molti in sottili e candide membrane;
parte in fronde di palma e parte n'era
di piombo in lame ben polite e piane.
In caldeo ven'avea scritta una schiera,
altri in lettre fenicie e soriane,
altri in egizi simboli e figure,
altri in note furtive e cifre oscure.

In essa sono raccolte tutte le opere significative della letteratura:

- Quest'è l'erario in cui si fa conserva
(seguì Mercurio) de' più scelti inchiostri,
di quanti mai scrittor Feo e Minerva
saprai meglio imitar tra' saggi vostri,
i nomi, a cui non noce età proterva,
vedi a caratter d'or scritti ne' rostri:
qui stan le lor fatiche e qui son state
pria che composte sieno e che sien nate.

Le opere degne che sulla terra sono andate perdute:

Quanti d'illustri e celebrati autori
si smarriscon per caso empio e sinistro
degni di vita e nobili sudori
ed or Nettuno or n'è Vulcan ministro?
or qui di tutti quei ricchi tesori
che si perdon laggiù, si tien registro:
sacre memorie ed involate agli anni,
che traman morte agli onorati affanni.

Ma anche una «gran quantità di libri sciolti/ ch'avean malconce e lacere le carte,/ tutti sossovra in un gran mucchio accolti», opere non meritevoli di sopravvivere, perché, come spiega Mercurio:

Non mica a tutti è di toccar concesso
dela gloria immortal la cima alpina;
chi volar vuol senz'ali, accoppia spesso
al'audace salita alta ruina.
Ma, quantunque avenir soglia l'istesso
quasi in ogni bell'arte e disciplina,
non si vede però maggior tracoll
che di chi segue indegnamente Apollo.
...
Così figliano i monti e'l topo nasce,
ma poi, nato ch'egli è, si more in fasce.

Opere effimere che il Tempo consegna all'oblìo:

il vecchiarel dale veloci piume
...
qui di ridurle in un monte ha per costume
per sepelirle in tenebroso fondo;
alfin le porta ad attuffar nel rio
che copre il tutto di perpetuo oblio24.

- I libri inventati, con intento dissacratorio nei confronti della produzione letteraria noiosa e ripetitiva (dichiarato nella dedica A coloro che non leggono) da Anton Francesco Doni nella seconda parte della Libraria (1557)25. E accanto a questi, i non meno eccentrici «libri faceti», scritti alla maniera di Rabelais, elencati nelle Lettere facete e chiribizzose in lingua antica veneziana, con alguni sonetti e canzoni piacevoli, el tutto composto e dato in luce da Vincenzo Belando, ditto Cataldo26: opere sconce quali Calfurnio Grommando Dottor, Epitome de uso et origine escrementorum; Cornelio Cornante De Corneto, Signor de Cornovaglia, Cronologia de utilitate cornorum; Stronzanpappalardo, Bucolica de modo ficandi; Stronzanpappalardo, Bucolica de modo ficandi; Bertoldo Busoirespo, De modo mingendi e d'utilitate e comoditate calandi ecc. Nonché l'eccentrica Libreria dell'isola Gastrimargia, abitata da strane creature che hanno divinizzato il ventre, descritta anch'essa con analogo gusto rabelaisiano da F. F. Frugoni (ca 1620-1684) nel decimo dei racconti satirici del Cane di Diogene, di cui occupa il quinto volume o latràto, intitolato Il Tribunal della Critica27. La «libreria stravagante» e «sordida, più che letteraria» dei Gastrimargi comprende volumi in varie lingue antiche e moderne, tutti riguardanti soltanto cibi e bevande, «perlopiù composti ad oggetto di sodisfar e fomentar la crapula, in conseguenza la libidine» e tali da indurre nei lettori Gastrimargi «una pigra lentezza, poiché s'apprendea da loro la scienza di poltroneggiare con tutto lo spirito». Tra i titoli in italiano troviamo: Ragguaglio storico della voracità farsalica e tessalica, propagata ed ampliata; con privilegio della gola per diece anni... Il Panfago. Opera geometrica della figura del ventre pieno... Eterognato, overo del gusto e vantaggio di mangiar a due mascelle. Opera utilissima di Zannuto Ganascia... Omero, principe dell'epopeia greca, per esser beone solenne così che 'l vino saltandogli agli occhi accecollo. Fantasia poetica d'un ciabbattino, versificatore per dispetto ed amico più della pinta che del punto... Notomia del cappone d'alta grassa con la disputa, non ancor affatto decisa, intorno alla pelle e polpa di esso. Opera da principe, composta da un parziale, più che della polpa, della pelle del cappone, singolarmente del porta coda... Semiramide impudica, o sia la colomba trasformata in giovenca. Drama di Filadelfo Apollonita laureato. In Tubinga... Io tramutata in vacca. Pastorale di Pierio Iperione. Legata in vacchetta... La barca è rotta, o vero chi si può salvare si salvi. Opera dell'avvidità, dell'interesse proprio e dell'amicizia finta in questo secolo fortunoso...

- La non grande ma raffinata biblioteca sui nasi del padre di Tristram Shandy, di cui Laurence Sterne parla nel romanzo La vita e le opinioni di Tristram Shandy gentiluomo (1630-1637), comprendente «il Prignitz... lo Scroderus, Ambrogio Paré, le Conferenze Serali del Bouchet, e soprattutto il grande e dotto Hafen Slawkenbergius»28.

- La Biblioteca del Presente Radioso del Socialismo Reale immaginata da Arno Schmidt (1914-1979) nel romanzo Il cuore di pietra.

- E infine il libro che la donna sta leggendo, in compagnia di un pappagallo, nel dipinto di Walter Howell Deverell The grey parrot (1852-1853)

Passato nell'angolo opposto della stanza, mi ritrovo quasi al buio. Non voglio fare luce per non turbare il sonno giusto di mia moglie e mi muovo quindi tra i mobili come il venerabile Jorge da Burgos nella biblioteca dell'Abbazia, o forse come Eratostene nella biblioteca di Alessandria prima di decidersi a lasciarla per sempre. Ed è forse ora che anch'io sospenda per questa notte le operazioni, mantenendo l'illusione che l'ordinata collocazione dei libri possa consentire di raggiungere una qualche forma di equilibrio mentale. Forse gli spostamenti sono dettati dall'intento di dinamizzare il più possibile la biblioteca, di metamorfizzarla continuamente per sottrarla, e io con lei, al transeunte cui è in ogni caso votata. Per questo, nella perenne oscillazione tra ragione e sensi, tra semplici accostamenti ed elaborate architetture, e nella speranza di superare la tragica constatazione che i libri «che non sono sistemati in maniera definitivamente provvisoria lo sono in maniera provvisoriamente definitiva»29, so che le mie notti saranno ancora a lungo solcate da interminabili fatiche, mentre continuerò a invidiare l'amico che, con disarmante semplicità, senza alcun problema, posiziona i volumi, man mano che li acquista, uno accanto all'altro sugli scaffali aperti verso l'ignoto.

 

Note

1 Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, in Tutti i romanzi I, a cura di Giovanni Macchia, Milano, Mondadori, 1973, pg. 321.
2 Georges Perec, Brevi note sull'arte e il modo di sistemare i propri libri, in Pensare/Classificare, Milano, Rizzoli, 1989, pg. 33.
3 Juan Carlos Onetti (1909-1994), Le biblioteche perdute, in Il giro del mondo in diciotto autori, Torino, Einaudi, 1994, pg. 109.
4 Omero, Iliade II, 594-600, Torino, Einaudi, 1963, traduz. di Rosa Calzecchi Onesti.
5 Jorge Luis Borges, La cecità, in Sette notti, Milano, Feltrinelli, 1983, pgg. 133-134.
6 Jorge Luis Borges, Il libro, in Oral, Roma, Editori Riuniti, 1981, pgg. 23-24.
7 John McGahern, Leggere e scrivere, in Il giro del mondo in diciotto autori, cit., pgg. 18-19.
8 Italo Calvino, Se una notte d'inverno un viaggiatore, Torino, Einaudi, 1979, pgg. 5-6.
9 Riportato in Riccardo da Bury, Philobiblon o l'amore per i libri, Milano, Rizzoli, 1998, traduz. di Riccardo Fedriga, pg. 167.
10 Walter Scott, L'antiquario, Milano, Garzanti, 2004, traduz. di Fernando Ferrara, pgg. 42-43.
11 Cfr. Stuart Kelly, Il libro dei libri perduti, Milano, Rizzoli, 2006.
12 Giovanni Macchia, Il libro da fare (quasi un'introduzione), in Saggi italiani, Milano, Mondadori, 1983, pgg. 13-14.
13 Aristotele, Dell'arte poetica 4, 4, 4, a cura di Carlo Gallavotti, Milano, Mondadori (Fondazione Lorenzo Valla), 1974.
14 Isidoro di Siviglia, Etimologie o Origini VI, III, a cura di Angelo Valastro Canale, Torino, utet, 2004.
15 Cfr. Lionel Casson, Biblioteche del mondo antico, cit., pg. 44.
16 Cfr. Lionel Casson, La biblioteca di Alessandria, in Biblioteche del mondo antico, Milano, Edizioni Sylvestre Bonnard, 2003; Luciano Canfora, La biblioteca scomparsa, Palermo, Sellerio, 1986.
17 Fozio, Biblioteca, a cura di Nigel Wilson, Milano, Adelphi, 1992.
18 Cfr. Dickens - Fruttero &Lucentini, La verità sul caso D., Torino, Einaudi, 1989.
19 Lyon Sprague de Camp, Unwritten Classics, in «The Sathurday Review of Literature», New York, marzo 1947.
20 I volumi, pubblicati tra il 1951 e il 1953, sono noti anche coi titoli Cronache della Galassia, Il crollo della Galassia centrale e L'altra faccia della spirale, pubblicati in italia da Mondadori ra il 1963 e il 1964 sulla collana Urania. La Trilogia è stata ripubblicata nel 2004, sempre presso Mondadori con introduzione di Fruttero & Lucentini.
21 Jorge Luis Borges, Il libro di sabbia, in Tutte le opere II, a cura di Domenico Porzio, Milano, Mondadori, 1975.
22 Cfr. Necronomicon. Il libro segreto di H. P. Lovecraft, a cura di George Hay, edizione italiana e note a cura di Giovanni Pincus, Roma, Fanucci, 1979; la voce Necronomicon in Arcana. Il meraviglioso, l'erotica, il surreale, il nero, l'insolito nelle letterature di tutti i tempi e paesi, Milano, Sugar, 1969.
23 François Rabelais, Gargantua e Pantagruele II, 7, Torino, Einaudi, 19664, pgg. 198-203, traduz. di Mario Bonfantini.
24 Giovan Battista Marino, L'Adone (ottave 152-166), a cura di Giovanni Pozzi, Milano, Mondadori, 1976.
25 Nella prima parte l'autore fornisce una rassegna biobibliografica sugli scrittori che hanno pubblicato opere a stampa; nella terza parte è descritto lo sviluppo della forma istituzionale dell'Accademia.
26 Parigi, presso Abel L'Angelieri, 1588. Cfr. Pierre Gustave Brunet, Essai sur les bibliothèques imaginaires, Paris, Imprimerie de Ch. Lahure et Cie, 1851.
27 Francesco Fulvio Frugoni, Il Tribunal della Critica, a cura di Sergio Bozzola e Alberto Sana, Parma, Guanda, 2001. Cfr. Ezio Raimondi, Un lettore barocco di Rabelais, in Letteratura barocca. Studi sul Seicento in Italia, Firenze, Olschki, 1982.
28 Laurence Sterne, La vita e le opinioni di Tristram Shandy gentiluomo, prefazione di John Wain, con un saggio di Lucio Felici, Milano, Garzanti, 1983, pg. 209, traduz. di Antonio Meo.
29 Georges Perec, Brevi note..., cit., pg. 35.

 

Fonti

- R. Merlante/P. Migliari, A libri aperti, capit. 10, Ferrara, TLA, 2007

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