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Il volo della farfalla -

Il volo della farfalla

1

Rick era seduto sulla panchina. La stessa in cui si sedeva tutti i giorni durante la pausa pranzo. Casa sua era troppo distante, avrebbe passato quell’ora in macchina solo per andare e tornare. Nei mesi caldi era un bel modo di passare quel momento, ma nei mesi freddi, nei rigidi e umidi inverni, era costretto a rinchiudersi nella tavola calda di Anita. L’angusto ritrovo di camionisti, operai, poveracci con uno straccio di pensione e mendicanti che avevano racimolato spiccioli per una minestra. Poteva andare da un'altra parte, ma sarebbe stato troppo. Nonostante la sua giacca e la sua cravatta e le scarpe sempre lucide, era solo un impiegato. Uno di quelli per cui la fine del mese arriva sempre troppo presto.

Aveva da poco finito il suo panino. E come sempre aveva ripiegato la carta per bene, infilandosela in tasca. All’uscita del parco c’era un cestino dei rifiuti, e lì l’avrebbe gettata. Gli dava fastidio pensare di sporcare per terra. A malapena sopportava che lo facessero gli altri. Bevve l’ultimo sorso dalla bottiglietta d’acqua.

La giornata era bella e piena di sole, ma non era troppo caldo. Luglio era stato discretamente magnanimo. C’erano stati anni in cui andare al parco all’una era come infilarsi in un forno a legna, ma quello no. Un’estate mite, senza troppi scossoni. Rick fece una smorfia. Un po’ come la sua vita. Mite. Tranquilla. Senza troppe emozioni.

«Piatta, Rick», disse a denti stretti.

«Piatta e vuota», sospirò stancamente.

Una folata di vento lo colse impreparato, scarmigliandogli i capelli e facendo svolazzare la giacca appoggiata di fianco. Una farfalla dai colori vivaci era stata portata fin lì e ora che il vento era sciamato via lei era rimasta a fare le sue acrobazie nell’aria. Volteggiava tra i fiorellini che spuntavano nell’erba, silenziosa e libera. Aveva strani e bellissimi disegni sulle ali. Si alzava e scendeva, poi piroettava. Qualche volta gli si avvicinò persino e Rick la seguì con lo sguardo. La trovava bellissima. Piena di una grazia che solo la natura sa esprimere in modo tanto originale e sublime.

Gli venne in mente che anche lui era parte di quella natura che ammirava tanto. E anche gli altri umani. «Stupidaggini», disse. «Chissà di che siamo fatti noi…»

Si era fatto tardi. Doveva tornare al lavoro. Nel suo ufficio del seminterrato.

La farfalla lo osservò andare via a testa china.

 

2

La luce che entrava dalla piccola finestra in alto, vicino al soffitto, non era sufficiente per illuminare la stanzetta. Per questo, d’estate e d’inverno, di mattina e di pomeriggio, doveva tenere sempre le luci accese.

Aveva la scrivania piene di pratiche da sbrigare e sembrava che avessero stranamente vita propria quelle scartoffie. Più ne eliminava e più ne comparivano. Come una specie di dispettoso incantesimo.

Si appoggiò allo schienale guardandosi intorno. Il colore un tempo bianco delle pareti era diventato un giallino brutto e scrostato. Gli schedari erano pieni di polvere, perché chi aveva come mansione quella di pulire sembrava evitare il suo ufficio. Apposta. O forse, più semplicemente, lui era talmente insignificante da risultare invisibile. Inesistente.

La porta si aprì all’improvviso. L’uomo corpulento e sudato lo guardò quasi senza vederlo. Mise sulla scrivania un altro mazzo di documenti. «Adani ha detto che devono essere pronte per domattina», disse con una vocina che stonava con la sua massa.

«Stai scherzando? Guarda quanta roba ho da fare?»

«E te ne stai a naso all’insù. Come no? Comunque, questo ha detto». E uscì senza salutare, sbattendo la porta.

Rick scosse la testa guardando il mare di carte davanti a se. Sospirò irritato e si rimise al lavoro.

 

3

Aveva fatto ancora una volta gli straordinari. E sapeva benissimo che in qualche modo non gli sarebbero stati pagati. Era sempre così. Per un motivo o per l’altro tutto finiva in trattenute, tasse e altre voci misteriose sulla sua misera busta paga.

Il monolocale era in penombra. Le ultime luci del tramonto si sarebbero spente di lì a poco, colando a picco dietro gli alti palazzi della periferia. Rick stava in piedi vicino all’entrata, la borsa a terra. Lo sguardo era perso nel vuoto della sua micro casa. La stanza con il divano letto e l’angolo cucina, la porta che dava nel piccolo bagno senza finestre e l’altra che si apriva sullo sgabuzzino. Solo l’ampia finestra nella parete opposta, l’unica finestra, era un modo per fuggire da quello squallore che qualcuno chiamava vivere.

Fece alcuni passi stanchi. Tutto era perfettamente in ordine, come l’aveva lasciato. Il tavolo spolverato, le stoviglie riposte, il divano letto sistemato, pronto per un’altra sera davanti alla televisione, il portascarpe chiuso e con le bustine salva odore all’interno. Il piccolo armadio dove teneva i pochi vestiti, puliti e ben stirati. E il tavolinetto nell’angolo alla destra della finestra, con la macchina da scrivere. E dentro al cassetto qualcosa che nella sua fantasia avrebbe dovuto essere un grande romanzo, ma che non sarebbe stato mai finito. Marciva lì da dieci anni.

La sua vita. Tutto quello che ne era rimasto. Insignificante.

Passò una mano sul tavolo ormai vecchissimo. Un lascito di sua nonna. L’unico componente dell’arredamento che appartenesse a lui. Ogni volta che lo guardava gli tornava in mente la sua infanzia, nella casa di campagna, con il papà, la nonna e il nonno. La mamma non l’aveva mai conosciuta. Suo padre gli aveva sempre detto che in qualche modo lei aveva fatto spazio a lui in questa vita. A quel pensiero gli scappò una risata. «Una bella vita davvero… niente da dire». Aveva la voce rotta da un pianto che arrivava sempre, ma che non si sfogava mai. Una disperazione incapace di prendere il volo e uscire per gridare la rabbia. Che provava verso il destino e verso se stesso. Una ferocia che gli nasceva da dentro, ma che rimaneva lì, consumandolo giorno dopo giorno, senza sosta e senza via di scampo. Si lasciò cadere sul divano. Di lì a poco si sarebbe preparato da mangiare, poi una doccia e infine a letto. In attesa del giorno dopo. Uguale a questo. Dentro un bus puzzolente che lo avrebbe portato al suo lavoro schifoso, in mezzo a fantasmi come lui, tra carte e documenti inutili quanto inutile era continuare a sperare che qualcosa potesse cambiare. Perché non cambiava mai. Non era mai cambiato. Come la casa di campagna perduta per i debiti di gioco del padre e la sua morte per cancro alle ossa. Come i nonni, marciti in un ospizio da quattro soldi. Come la sua vita. Finita prima di cominciare per la paura continua e terrifica di non fare la cosa giusta, di non essere all’altezza, di non saper decidere al momento giusto. Senza sapere quando mai fosse quel momento.

Si mise la testa tra le mani. Ma non pianse. Rimase solo lì. Nell’inedia e nella disperazione.

 

4

Ancora una volta il sole splendeva alto. Come ogni giorno. O quasi. La notte aveva lasciato il passo, e con lei la cena solitaria, spartana come la voglia di cibarsi che aveva. E il sole aveva proseguito la sua corsa nel cielo fino allo zenit, incurante del peregrinare senza meta dei piccoli umani sul piccolo pianeta. Gli umani che a mezzogiorno tornavano a casa per pranzare con le loro famiglie. E quelli che non avevano nemmeno una casa dove tornare. E quelli che non tornavano mai. E quelli come Rick. Il popolo dei fantasmi, come diceva lui.

La panchina era sempre la stessa. Sempre lo stesso parco. Occupato qua e là da qualche coppietta in vena di romanticismo, o solo da una semplice e primordiale voglia di stare insieme. Corpo a corpo. Rick chiuse gli occhi a quel pensiero. Non lo ricordava il tempo passato dall’ultima volta che aveva stretto tra le braccia una donna. Nemmeno ricordava quella donna.

Si guardò mentalmente allo specchio. Non si era mai trovato brutto. Era alto, magro, ma il viso aveva lineamenti regolari e delicati, ben rasato. Neppure un accenno di stempiatura tra i suoi capelli neri. Ma aveva l’aria continuamente persa, come inchiodato ad un concetto di esistenza parallelo, che non aveva niente a che fare con gli altri.

Gli tornò in mente il suo romanzo, dentro al cassetto del piccolo tavolino. Centotrentasei pagine di una vita che non era la sua. Parole e parole che avrebbe voluto fossero appartenute a lui, alla sua linea temporale, e che invece erano l’ossatura principale dell’esistenza di un uomo che lui non sarebbe stato mai. Un avventuriero di quelli che puoi vedere in vecchi film americani, che viaggiano mezzo mondo, adattandosi alle situazioni più disparate. Un uomo che sapeva quel che voleva.

Ma era una vita a metà, perché Rick quella storia non l’aveva mai terminata, e così Liam, il suo alter ego, era rimasto in mezzo ad una tormenta di neve, tra le montagne e le gole del Pamir. Destinato a non muoversi più da quella sorta di fermo immagine che Rick era incapace di sospendere.

Scosse la testa e bevve un sorso d’acqua. Si sentiva un idiota. Un completo fallimento. Cosa credeva? Che sarebbe riuscito a terminare quella storia, prima o poi? Non era capace di vivere la sua vita, cosa gli faceva pensare di poter creare e vivere la vita di un altro? Quelle centotrentasei pagine sarebbero ammuffite, per poi cadere nel cestino dei rifiuti del tempo. E lui con loro.

Alzò lo sguardo verso l’albero di fronte a lui, al di là del sentiero di ghiaia. Appollaiata sulla corteccia, silenziosa e immobile, c’era la farfalla. La stessa identica farfalla che aveva già visto. Muoveva solo le piccole antenne, ritmicamente. Incurante del mondo che la circondava, ma parte di essa.

D’improvviso prese il volo, allontanandosi. Tra i volteggi e le piroette che l’aria in parte le imponeva. E lui rimase a guardarla finchè non sparì dalla sua vista.

 

5

Quella notte non chiuse occhio. La sera prima non aveva nemmeno mangiato. Era tornato dal lavoro, aveva aperto il divano letto e ci si era buttato su. Senza spogliarsi, senza una doccia. Niente. Ma non aveva dormito. Aveva continuato a guardare il soffitto scrostato e il piccolo lampadario al centro. Nel buio non aveva fatto altro che tentare di capire come poteva essere arrivato fin lì. Perché proprio non riusciva a comprendere quale fosse il motivo che lo spingeva a non reagire mai, a non ribellarsi mai, a non essere qualcosa di diverso da un ombra che camminava. Era l’alba. Quel giorno sarebbe stato l’ultimo di lavoro. Gli spettava una settimana di ferie. Una sola. Si alzò a fatica e si tolse i vestiti. Rimase qualche secondo nella mezzombra, nudo, poi si diresse al bagno.

Prima di farsi la doccia decise di radersi. Stese la schiuma da barba sul viso e poi impugnò il rasoio. Le strade regolari che tracciava sulla pelle sembravano strane autostrade.

Poi si tagliò. Non sentì dolore. Guardò nello specchio il rivolo di sangue che scendeva dalla sua guancia, andandosi a mischiare alla soffice crema bianca.

Rosso. Rosso sangue. Lo presetra le dita. Lo sentì caldo. Chiuse gli occhi e poi terminò la rasatura, incurante del taglio.

 

6

L’autobus era pieno di gente. E di odori al limite della sopportazione. Facce che sembravano provenire da mondi a parte. Soggetti senza identità, senza linee da condividere, tutti presi, come Rick, dal proprio ristretto cerchio di esistenza. Vide qualche esempio che forse poteva elevarsi da quell’assurdo e insensato carnaio, ma troppo poco. Troppo, per poter esser preso in considerazione. Si toccò la ferita sulla guancia. Aveva smesso di sanguinare, ma rimaneva leggermente umida. Una specie di segnale di vita in mezzo a tutta quella grigia morte.

Scese alla solita fermata. Quel giorno il sole non era tanto presente e la città aveva i colori tipici di un autunno ancora troppo lontano. Camminando, passò vicino alla vetrina di un negozio. Si fermò. C’erano un sacco di cose in vendita, per lo più di dubbia utilità. Lui stette fermo a guardare la sua immagine riflessa sul vetro. Completo grigio, scarpe nere, camicia bianca e cravatta nera. La stessa immagine di sempre. La stessa maledetta immagine che non cambiava mai.

Poi inclinò la testa. Guardò più attentamente. Non era la stessa immagine. C’era dell’altro. Una cosa che non c’era mai stata. La sua ferita sulla guancia sinistra. Gli parve che quel segno rossastro desse una dimensione diversa persino ai suoi lineamenti. Alla sua espressione. Scosse la testa e riprese a camminare poi, incurante per la prima volta nella sua vita di dover andare a timbrare il cartellino delle presenze, tornò sui suoi passi. Si osservò di nuovo nel riflesso della vetrina. Era cambiato qualcosa. Quello non era Rick. Non era l’uomo curvo sulla linea della propria insulsa vita. C’era quel segno rosso nella fotografia in bianco e nero.

Provò confusione. Riprese a camminare, stavolta diretto si, al lavoro, ma con una flemma diversa. Era perso in pensieri che non capiva. C’era come un rumore di fondo che non comprendeva. I suoi passi erano meccanici quanto lo scorrere della lancetta dei secondi nel suo orologio vecchio di decenni. E lui si sentiva così. Come quella lancetta. Intrappolato in un vecchio e ormai logoro meccanismo.

Quando fu davanti al portone degli uffici del Comune si arrestò. Guardò in alto. L’edificio lo osservava quasi sbavando. Una creatura amorfa, ma abietta e oscena. Entrò senza guardare l’usciere, che per altro nemmeno lo vide. Arrivò sino al meccanismo a parete dove il suo cartellino sarebbe dovuto passare per registrare la sua presenza. L’orologio digitale del piccolo display gli concedeva ancora un minuto prima di far scattare la penalizzazione di quindici minuti sul suo orario. Soldi che sarebbero magicamente spariti senza lasciare traccia.

Rick fece passare il tempo senza muoversi, con il tesserino in mano. Sentì il respiro fetido del vecchio palazzo e la puzza degli altri morti che si muovevano la dentro. Quelle immagini sbiadite, in bianco e nero, di vite sospese nel nulla. E all’improvviso davanti a se non vide più la parete, e le scale che portavano nel loculo che aveva chiamato ufficio per ventidue anni. E non vide il meccanismo segna-tempo che delimitava il suo spazio lavorativo e la capienza del suo esiguo guadagno. Vide un albero, nel mezzo dei giardini pubblici. E sulla sua corteccia, la farfalla dipinta di cangianti colori. Con quel piccolo movimento delle antenne. E poi la vide volare, nell’aria che la sosteneva amorevole.

Si toccò la guancia. La mano grigia era sporca di una striscia di rosso vivo. Inspirò profondamente e lasciò cadere a terra il cartellino che portava il suo nome e cognome e dove campeggiava la foto di se stesso di ventidue anni prima.

Girò su se stesso e si diresse verso l’uscita.

 

7

Il grande terrazzo sulla sommità del palazzo dove abitava era sporco, lasciato in disuso e in abbandono da decenni. C’era sterco di piccioni ovunque sulla pavimentazione ricoperta da un antico strato di bitume. La ringhiera che delimitava il perimetro era tutta arrugginita e in alcuni punti addirittura mancante. Il risultato di qualche atto vandalico del passato, sensato quanto l’accanimento violento su un cadavere.

Si avvicinò al limite di uno dei punti dove il ferro battuto era stato divelto e buttato altrove. Mise i piedi sul ciglio e guardò di sotto. Dieci piani.

Aprì le braccia e ricordò il volo della farfalla. Libera nell’aria. Danzante nella semplicità della sua breve, intensa e spettacolare vita. Una macchia di colore nel nulla.

Si tolse la giacca e la gettò via. Poi la cravatta. La camicia bianca.

Con la mano destra spinse con forza sulla ferita che aveva sul viso e la fece sanguinare di nuovo. Le dita macchiate corsero sul suo torace, sull’addome, sui capezzoli. Chiuse gli occhi e aprì le braccia. E immaginò di essere quella farfalla. Diventata tale dal bruco che lento si era inerpicato su un ramo, fino a chiudersi nella crisalide. Dipinto di morte in attesa della nuova vita.

E sentì esplodere una disperazione che da sempre aveva represso, chiuso dentro una gabbia di silenzio vile e putrido quanto il senso di quella vita insulsa e priva di luce e colori. Senza coraggio né scelte, né desideri veri né veri propositi. E pianse. Pianse mentre ondeggiava avanti e indietro sul cornicione di quel palazzo vecchio, che puzzava di stantio e colorato di paura e vergogna.

Pianse come fosse la prima volta. E sentì solo la crisalide attorno a sé.

 

8

La strada era affollata. C’erano musici di varie parti del mondo a riempire l’aria di strani suoni e canti in lingue che tra loro non si sposavano, né si conoscevano. Il festival sarebbe durato una settimana e per vederlo i turisti sarebbero accorsi in massa.

C‘erano anche solitari personaggi seduti a terra, che disegnavano sul selciato immagini religiose e copie di quadri di geni del passato, in mezzo alla leggera polvere multicolore dei gessetti. E poi pittori improvvisati e vari e pittoreschi figuri che vendevano manufatti veri e falsi di paesi magari mai visti.

Da una finestra di uno dei vecchi e colorati palazzi della piazza usciva un leggero fumo azzurrino. Una sigaretta in un portacenere. La stanza era piena di libri e piuttosto in disordine.

Accanto alle ante aperte del balcone, seduto su una vecchia sedia di legno scuro, la figura vestita con un vecchio paio di jeans e una maglietta nera, scalza, batteva velocemente sui tasti di una vecchia macchina da scrivere.

Di fianco a lui centinaia di fogli numerati e in ordine.

Si fermò un attimo e poi scrisse l’ultima parola.

“Fine”.

Spense la sigaretta, bevve un sorso da una bottiglia di vino e sorrise guardando fuori. Aveva la barba incolta e i capelli arruffati. E un’espressione decisa e viva.

Viva.

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