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Brevi note sulla Presentazione di Gesù al tempio: Giovanni Bellini e Andrea Mantegna

Se prendiamo in esame la Presentazione di Gesù al Tempio di Giovanni Bellini (Venezia, 1433 circa – 1516) che si trova a Venezia, presso il Museo della Fondazione Querini Stampalia, possiamo notare come l’opera abbia un suo analogo, pressoché identico, nella Presentazione di Andrea Mantegna (Isola di Carturo, 1431 – Mantova, 1506) conservata a Berlino presso lo Staatliche Museen.

Prima di chiederci perché Bellini abbia copiato Mantegna, tale è almeno il parere unanime della critica, che situa l’opera di quest’ultimo prima di quella del pittore veneziano, occorre considerare come il tema della Presentazione sia tra i più rappresentati dal Bellini e dalla sua bottega. Sappiamo infatti che esistono almeno trenta versioni della Presentazione visibile a Vienna nel Kunsthistorische Museum, riprodotta in numerose copie poiché sicuramente affine al gusto della committenza dell’epoca.

La "Presentazione di Gesù al Tempio" di Giovanni BelliniTornando alla Presentazione Querini Stampalia, la critica si è chiesta spesso quale sia stato il motivo che ha spinto Giovanni Bellini a duplicare quasi per intero un’opera del cognato (Mantegna aveva sposato la sorella di Giovanni). Un’ipotesi percorribile potrebbe essere proprio quella scartata da Federica Ammiraglio (Bellini, collana I classici dell’arte, Skira, Milano, 2004), ma ripresa da Babet Trevisan nel catalogo della mostra romana, dedicata al pittore veneziano (Settembre 2008 – Gennaio 2009): l’ipotesi vuole che i quattro personaggi ai lati del dipinto – ed ai lati del quartetto Maria, Bambino, Giuseppe e Simeone ne Presentazione di Gesù al Tempio – altro non siano che, da destra verso sinistra, lo stesso Giovanni Bellini, il cognato Andrea Mantegna, la sorella Nicolosia (moglie del Mantegna) e la madre di Giovanni.

Secondo un'ulteriore ipotesi, la figura di San Giuseppe, nel dipinto del Mantegna, altro non sarebbe poi che un ritratto di Jacopo Bellini, padre di Giovanni. Continua così quel sottile gioco di rimandi tra i due pittori, che in un precedente scritto avevo definito “una rivalità malcelata”. Ma c’è dell’altro: se il secondo personaggio da destra nella Presentazione Querini Stampalia fosse, invece che l’effige del Mantegna, la raffigurazione del fratello Gentile Bellini – come riportato da Nello Forti Grazzini – ecco che avremmo la famiglia Bellini al gran completo, ed il quadro diverrebbe una sorta di ex-voto protettivo.

La "Presentazione" di Andrea MantegnaOltre a questo gioco di rimandi, esiste forse un altro motivo che spinse Bellini a copiare quasi per intero la tavola del Mantegna. Secondo Sixten Ringbom, questo dipinto rappresenta il primo esempio italiano di dramatic close-up (all’incirca “primo piano narrativo” o “drammatico” se preferite), ovvero di un motivo pittorico (pictorial form) che voleva una composizione basata su di un gruppo di figure in primo piano, caratterizzate da quella che Alessandro Nova ha definito “una spiccata impronta narrativa”. Queste rappresentazioni, secondo Ringbom, si sarebbero affermate nelle Fiandre e nell’Italia settentrionale, durante la seconda metà del Quattrocento.

Un’innovazione dunque, che Giovanni Bellini, stimolato dalle schermaglie figurative con Mantegna, che altro non erano se non la ricerca dei migliori artifici pittorici per compiacere la ricca committenza, fa propria. Il successo del modello è dimostrato proprio da quella trentina di varianti, ognuna per un diverso committente, che si conoscono della Presentazione berlinese.

Si potrebbe anche affermare che il dramatic close-up fosse un modello vicino al sentire del Bellini, se è vero, come afferma Ringbom, il suo debito verso le figurazioni iconiche medioevali che l’avrebbero in parte generato. Figurazioni che Bellini mostrava di ben conoscere, dato che proprio una di queste icone (l’Imago pietatis), di derivazione bizantina, sta alla base delle tante raffigurazione della Pietà belliniane.

Comunque sia, lo stesso Ringbom interpretava l’introduzione del dramatic close-up, e la sua successiva evoluzione, nella pittura di Bellini, come una svolta verso una religiosità privata, ovvero verso un modo di sentire che ben si sposa con le nuove esigenze della committenza rinascimentale.

 

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