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Articoli di Filosofia e Storia della Filosofia di ogni tempo e Paese

Sui limiti di ogni tentativo di soluzione del problema del divenire

Il divenire è qualcosa di troppo sfumato e indeterminato per poter essere colto dalle rigide categorie della logica classica. Mentre queste presuppongono la dicotomia "essere"-"non essere" attraverso l'utilizzo affermativo o negativo della copula ("è", "non è"), il divenire è la sintesi necessaria di entrambi. Tale sintesi non vanifica la logica formale (che funziona solo su entità "ferme" e "identiche a sé stesse" come i concetti), ma la supera. Trascende il suo ambito di applicabilità.

Per fare un esempio concreto: ha senso dire che un seme che si è trasformato in un albero è scomparso nel nulla? No, perché altro è sprofondare nel nulla e altro è trasformarsi in qualcos'altro. Ha senso dire che l'albero è un non-seme? Si e no, perché se è vero che non ha le fattezze del seme, è anche vero che LO È STATO e che si è sviluppato a partire da questo (a differenza di altri non-semi che col seme non c'entrano nulla, come ad es. una macchina, una montagna, una roccia, ecc.).

Critica al Teorema della Creazione di Bontadini

Dopo le critiche mosse da Hume e da Kant contro le tradizionali prove dell'esistenza di dio, è diventato quasi un luogo comune (sia per i filosofi che per gli uomini della strada) la non dimostrabilità della fede. Molti tra gli stessi credenti - anche nel mondo cattolico – sembrano intellettualmente più vicini a Guglielmo d'Ockham o a Kant che non a Tommaso d'Aquino. Non mancano (e non sono mancati) anche coloro che additano come impresa superba e vanagloriosa pretendere di dimostrare – tramite strumenti "umani troppo umani" come l'esperienza e la ragione – ciò che è ad un tempo indimostrabile e al di là di ogni pensiero umano. Ricordiamo che lo stesso Anselmo d'Aosta – filosofo e teologo medioevale e ideatore dell'argomento ontologico che "deduceva" dio a partire dal suo stesso concetto – riteneva anche che dio fosse "più grande di quanto non si potesse pensare", ovvero trascendente l'intelletto umano. Per non citare la grande tradizione mistica (cattolica e non) la quale – proprio muovendo dall'assolutezza e dall'incommensurabilità di dio – ne scoraggia qualsiasi indagine razionale, puntando invece sull' "esperienza" interiore.

Saggio filosofico su David Hume

Dimostrare l'esistenza di dio e la natura dei suoi attributi è un superbo obiettivo che, nel corso dei secoli, ha tormentato le menti di moltissimi autorevoli pensatori, i quali si sono ingegnati per trovare argomenti che fossero stringenti e atti, se non a convertire, quantomeno a far riflettere anche gli atei più irriducibili. Data la natura viscerale di ogni credenza che trascende la sfera razionale, dio e la religione, forse più di qualsiasi altro argomento, hanno ispirato diatribe e controversie accesissime, anche quando si trattava, almeno nelle intenzioni, di fondarli su considerazioni filosofiche che prescindessero dall'autorità della rivelazione. A maggior ragione, in società in cui l'influenza della religione si faceva pesantemente sentire e, nei casi peggiori, mieteva vittime, quelle poche opere che osavano sfidare i pregiudizi tradizionali e mettere in discussione inveterate certezze teologiche, erano destinate a scatenare il putiferio e ad attirare l'odio sui loro autori.

Walter Benjamin e l'Arte

Nella società industriale massificata può esistere l'arte autentica?
Questo interrogativo ha interessato una parte rilevante del pensiero estetico novecentesco. Adorno, Marcuse, Horkheimer, Heidegger sono tra i principali pensatori che han elaborato sofisticate risposte a questo quesito. Tra questi spicca Walter Benjamin che nel notevole testo L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica del 1936 ha lasciato in eredità un contributo prezioso e raffinato su tale ambito.

L'elemento che maggiormente si delineava negli anni Trenta del Novecento riguardava il rapporto tra politica ed arte. Quest'ultima tendeva ad essere utilizzata dalla prima al fine di ottenere consensi, di rimarcare la detenzione del potere attraverso l'uso spettacolare e strumentale delle opere d'arte. Benjamin definì questo fenomeno come "l'estetizzazione del potere" che si riscontrava sia nei regimi totalitari che nelle democrazie. I regimi facevano un uso spregiudicato e diretto dell'arte, le democrazie si esprimevano in forme più acute ed occulte.

Noi, comunicatori di incomunicabilità

«Il nostro rapporto col mondo, prima ancora di essere un rapporto con le cose, è un rapporto con l'Altro. È un rapporto prioritario che la tradizione metafisica occidentale ha occultato, cercando di assorbire e identificare l'altro a sé, spogliandolo della sua alterità.»

 

Il nucleo tematico della filosofia di Lévinas è una ricerca sulla relazione con Altri come unico sensato orizzonte etico dove l'essere non è, e non può essere, una totalità unitaria a sè stante ma può sostanziarsi solamente come pluralità sociale.

"L'essere non è dunque totalità unitaria da svelare e contemplare, ma pluralità sociale, rapporto etico da realizzare"1.

È questo rapporto con Altri che viene presentato come unica via possibile per l'uomo e l'umanità per uscire della solitudine dell'io, in controcorrente ad una certa tendenza di fondo della filosofia occidentale che avrebbe voluto racchiudere tutto il sensato nell'alveo dell'io a vantaggio del mutuo corrispondersi dell'io con l'altro da sè.

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