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Articoli di Letteratura Italiana (dal XIII al XX sec.)

Accabadora (2010)

Mi è dispiaciuto chiudere questo libro, quasi come lasciare un amico dopo un caffè, tanto per giocare con la metafora di Centochiodi.

Leggendolo ho ritrovato dopo molti anni il piacere di assaporare una scrittura adulta, di chi ha compreso molto delle persone, del loro modo di amare, di provare dolore, di crescere giorno dopo giorno.

Ambientato in una civiltà quasi scomparsa, sarda e contadina, tuttora presente e viva, anche se spesso degradata, il pregio di questo romanzo è senza alcun dubbio la qualità della lingua. Una lingua colta e generosa, sapiente miscela d’italiano e termini dialettali, capace di descrivere aspetti e mentalità dell’isola che già i racconti di Sergio Atzeni (Bellas mariposas, Sellerio, Palermo), mi avevano fatto scoprire.

Accabadora_1

Eppure i due scrittori trattano realtà diverse: Michela Murgia la campagna di Soreni, Sergio Atzeni la periferia caotica e povera. Ad accomunarli è l’estrema dignità di un popolo, quello sardo -  lento ai cambiamenti nel romanzo della scrittrice di Cabras, annichilito e travolto dalla modernità nei racconti del cagliaritano -  ricolmo del senso naturale delle cose, della profondità dei sentimenti, anche quando, come spesso accade, sono taciuti.

Accabadora rientra forse più nel solco già tracciato da grandi scrittori meridionali come Silone o Jovine, da chi, come Carlo Levi, era soltanto un ospite – forzato finché si vuole, a causa del confino – ma è saputo entrare nei favori dei contadini, offrendone poi un ritratto indimenticabile.

Bonaria Urrai, “Tzia” Bonaria, è assieme a Maria Listru, la bambina che lei ha scelto di crescere, la protagonista di questo romanzo. "Acabar" in spagnolo significa "finire" e l’Urrai ha proprio questo compito all’interno della comunità: finire, dare una morte pietosa a quei malati che hanno come unico destino la morte, malati oggi definiti, con asettica parola, "terminali".

Basterebbe il tema, l’eutanasia, o meglio la morte e il suo legame indissolubile con la vita, a rendere questo libro interessante.

Accabadora_2Confesso di non avere mai avuto idee chiare in proposito: troppo facile condannare, troppo facile perdonare. Ed è proprio questa dimensione che il romanzo ci restituisce, assieme alla naturalezza di gesti antichi e pietosi, forse legittimati dalla loro stessa età, gesti di cui oggi abbiamo perso il senso, e per questo ci schieriamo persino troppo decisi per il perdono o la condanna.

Doveva essere diverso, senza dubbi di sorta, ma quello che Bonaria Urrai fa a Nicola Bastiu, il suo stesso ruolo, genera comunque dubbi e rotture fra lei e Maria, la sua “Fillus de anima”. Il finale ricucirà ogni cosa, con la stessa facilità con cui “Tzia” Bonaria faceva la sarta.

Sarà questo il mestiere da tramandare, non l’altro. Sarà questa la vita di Maria, tornata dal continente grazie a quel doppio legame, con l’Urrai e con la sua terra, che mai si era interrotto.

 

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