Libreria «l'Antro di Ulisse»

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Articoli di Discussione

La Storia delle Storie

“Marcello, ma no!!” esordì la mamma preoccupata vedendolo arrivare con un armamentario sofisticato e luccicante. “Ti farà male!!”. Lui, noncurante, appoggiò la sua attrezzatura sul tavolo di camera e si stese sul letto cercando con lo sguardo qualcosa che attirasse la sua attenzione, che distogliesse il suo essere dallo smarrimento che lo pervadeva.

Anime senza realtá (e Poesie)

Anime senza realtà

Una città come tante altre. Un agglomerato di edifici, di persone, di alberi e giardini come tanti altri. Voci e rumori come si sentono in qualsiasi altro posto del mondo. Odori e sapori non molto differenti da quelli di altri luoghi simili a questo.

Una città insomma. Uguale a tante altre. Unica come tante altre.

Il nome non ha molta importanza; i nomi li hanno inventati gli uomini per differenziare. Soprattutto per dividere. I nomi sono dei confini meravigliosi, dei perfetti strumenti di discriminazione. E di selezione, e di controllo.

Così, guardando dalla finestra, sono queste le considerazioni che la mia mente costruisce osservando i movimenti, ascoltando i rumori e annusando gli odori di questa città.

L'aria è fredda. Il Signor Gennaio anche quest'anno non si risparmia distribuendo freddo, vento e pioggia in ordine sparso ma in quantità abbondante. Il penultimo anno del secondo millennio inizia così com'erano iniziati tutti gli altri prima di lui.

In sordina. Con una coltre di domande senza risposta nel cassetto ed esagerate speranze per il futuro. Il freddo di mezzo inverno non congela le pessime abitudini delle persone: giunte al termine del calendario tutte si sperticano in sproloqui pieni di buone intenzioni e ottimistici propositi di cui, come recita un vecchio adagio, è lastricato l'Inferno. Tutte a fare promesse che nella migliore delle ipotesi sopravviveranno il tempo di una notte di sonno. Persone. Uomini e donne. Ricchi. Poveri. Gente di mezza fascia. Tutti quanti uniti nel grande coro delle «belle speranze di fine d'anno». La grande danza della sincera menzogna attorno al falò delle ipocrisie.

Ma tant'è, il nuovo anno è già qui a Febbraio, già bussa alla porta.

La città si muove come prima. Il ritmo non è cambiato. Come se il tempo non fosse mai trascorso. Tutto è uguale, maledettamente uguale. Qui o nell'estremo sud del mondo, nel lontano oriente o, proseguendo nel girotondo, fino al nostro occidente... Uguale.

Identico. La musica è la stessa, una nenia senza mai fine. Una composizione oziosa e disadorna capace ogni tanto di impennate, ma che fondamentalmente rimane fine a se stessa.

La nebbia scende.

Come un velo va lentamente a coprire la città senza nome.

Nascondendo i crimini e le nefandezze, ma anche le buone azioni e le gioie. Il circo però va avanti, ignorando questa semi invalidità visiva. In mezzo alla gelida coltre le parole fluiscono, i pensieri viaggiano, i sogni continuano a nascere, seppur destinati al loro inesorabile e triste destino.

La città senza nome va avanti, qui come altrove, in un turbinio continuo e noioso.

Con il palmo della mano libero il vetro davanti a me invaso dal mio alito. Sui marciapiedi anime in partenza e anime di ritorno si incrociano muovendo gli arti superiori o la testa in cenni di saluto: gesti automatici privi di pensiero, forse provenienti da anni di concetti inculcati «gioco-forza». Dogmi da seguire scrupolosamente per non cadere nella trappola mortale dell'indicazione, o riconoscimento per maleducazione. Le solite abitudini che non muoiono mai insomma, che non ti permettono di essere assorto nei tuoi pensieri ( e non importa se sono belli, brutti o «così-così») dimenticando che sei parte di un grande gruppo dove il libero arbitrio è roba da ridere; abitudini, regole, dogmi appunto che fissano la nostra esistenza come puntine su un piano di sughero. Forse. Come dicevo prima.

Comunque sia, sono gesti meccanici. Di sicuro spesso senza nessun interesse. Si saluta, si riverisce: sillabe e movimenti quasi impercettibili che non danno niente di nuovo alla nostra esistenza e che non arricchiscono quella di chi le riceve. Si chiamano formalità e sono ossequiose e scrupolose, ma prive d'anima.

La città senza nome è piena di questi individui. Anzi, forse solo di questi e magari ne faccio parte anch'io, mio malgrado. E la mia immagine si riflette pallidamente sul vetro, come una fotografia sfocata, vecchia e sgualcita. Forse lo spettro che mi rappresenta in questa vita, tra quelle vie e quelle strade che sono le arterie e le vene di questa città.

Spettri, fantasmi, anime che vagano spesso senza meta. La città accoglie tutti, in un grande abbraccio privo di calore che sa di viscida inerzia, di freddo e matematico raggruppamento: le individualità si vanno disperdendo, forse non sono mai esistite.

Nomi e cognomi come numeri, cifre che ci si appiccicano addosso e che diventano parte di noi. Diventano noi. I numeri di telefono, i numeri di conto corrente, i numeri di previdenza... numeri. Siamo solo questo ormai. Tutti questi numeri viaggiano nell'aria, come il fetido respiro della città che vive, sorniona, sotto e dentro e attraverso di noi.

Anime. Entità marchiate a fuoco con queste cifre. Così, tutti a riconoscersi attraverso il numero che rappresentiamo, attraverso la capienza del nostro portafoglio, il gelido cuore pulsante di menzogne di ognuno di noi. L'eterna unità di misura umana.  
Numeri, nomi, denari.

Come è folle tutto questo.

La nebbia, sempre più densa, abbraccia questi pensieri mentre apro la finestra. Dolori e gioie mi scorrono sulla pelle, che vibra toccata dal gelo. Posso quasi scorgere brandelli di pensieri e di sogni, qua e là nel candido e impenetrabile buio. Pare quasi che si nasconda la città. Pensieri? Sogni? Desideri? Ma ci sono ancora?

O forse sono soltanto ruderi, reperti archeologici di un passato lontanissimo che ormai non ci appartiene più?

Che cosa siamo adesso?

Gli alberi intirizziti, con le loro braccia scarne rivolte al cielo, sembrano chiedere pietà per noi. Pietà e misericordia a chi non ci ascolta più.

La città ascolta e non rimanda. Non proferisce parola lei, non ne ha bisogno.

Questa entità ci attornia. Ci unisce e ci divide. Osserva i nostri frenetici movimenti, spesso angusti, come fossimo topi in un piccolo labirinto da laboratorio. Osserva e si compiace.

Freddo. Mi penetra nelle ossa questo gelo, non mi lascia andare.

Una lacrima debole di olio e amore mi riga la guancia. Una brezza sostenuta mi spazzola i capelli. Come un sospiro.

Questa città, unica come tante e uguale a tante altre, osserva placida e quasi disattenta il mio sofferente peregrinare attraverso le pieghe del mio essere, alla ricerca di qualcosa che mi faccia sentire individuo. Non uno dei tanti, come quelli là fuori.

Anime senza realtà.

 

 


 

 

- Poesie -

 

 

Grazia

Accarezzo il tocco flebile  
che il tuo sguardo regala.  
Il sole esplode  
nella sua vivace allegria  
mentre i nostri passi  
solleticano l'erba fresca.  
La tua pelle profuma  
di anni lontani  
illuminando la mia strada  
cosparsa di sorrisi dimenticati.  
Sento il rumore dei cigni  
che navigano sul fiume  
e la tua voce cristallina  
che li accompagna.  
Accarezzi i miei capelli.  
Io accarezzo i tuoi occhi  
sotto ombre d'alberi in tumulto,  
il vento soffia silenzioso  
e il mio cuore osserva stupito  
la grazia del tuo.  
   
(Dedicata a Christina)  
Poesia inserita nell'antologia tedesca «Ly La Lyrik» - 2000 - edita dalla casa editrice Frieling.

 

 

Amor di luna

E che amore sia  
se amore vuole,  
questa luna senza peccato  
che bussa a questa notte.  
   
Cosa vada sibilando  
proprio non saprei  
e cosa senta nel suo grembo  
come lo posso immaginare?  
   
E allora amore vada  
se amore deve andare,  
a questa luna gravida  
forse «no» non si può dire.  
   
Ma cosa vorrà ancora  
nel cuore del mio sonno  
e cosa cercherà  
tra le bianche mie lenzuola?  
   
Ma forse amore è  
e allora amore sia,  
se questa luna chiama  
bussando a questa notte.

 

 

Il guardiano

In questo letto caldo  
camminano i tuoi sogni  
che forse son pensieri  
che dormono con te.  
   
Osservo un po' stupito  
la tua espressione stanca  
di questo grande sonno  
che pare affaticarti.  
   
Chissà che fantasie  
stai osservando ora  
mia piccola sirena  
che mi rapisci il cuore.  
   
Tra le lenzuola bianche  
io ti accarezzo piano  
e ascolto il tuo dormire  
che lento mi sconvolge.  
   
Io sono il tuo guardiano  
e aspetto il tuo risveglio  
mentre tu corri libera  
tra i prati dei tuoi sogni.  
   
(Dedicata a Christina)

 

 

Non è vero che non ascolto  
   
Non è vero che non ascolto.  
Io sto sempre all'erta,  
con l'orecchio teso.  
Puoi giudicarmi freddo  
ed inerte se ti va  
ma io ascolto sempre.  
Sempre in attesa di un segnale.  
Non è vero che non ascolto.  
È questo mondo,  
è questo mondo che non parla.  
   
Poesia inserita nell'antologia tedesca «Welt der Poesie 2000» edita dalla casa editrice Frieling.

 

 

Non so...  
   
Saetta nel cielo una luce  
ed immobile l'osservo rapito.  
Notte fonda o forse pieno giorno,  
non so...  
Mi coglie improvviso il desiderio  
d'acqua fresca di cascate e di spuma  
d'onde sulla spiaggia.  
Profondo sogno o veglia lucida,  
non so...  
Colpi d'ali libere tra gli alberi  
che verdi sbatacchiano al vento dolce  
di questa estate sbarazzina.  
Immagine astratta o vivida realtà,  
non so...  
Brilla una luce nei miei occhi  
che distesi osservano le danze delle nuvole.  
Quest'amore eterno o quest'eterno amore,  
non so...  
   
(Dedicata a Christina)  
Poesia inserita nell'antologia del premio «Città di Melegnano 2000»

 

 

Epilogo  
   
Fredda terra non canti,  
perché?  
Mi avvolgi e mi umili  
mi ammutolisci e mi strazi,  
cos'altro ancora vuoi?  
Di cremisi e turchese  
ho dipinto il tuo volto  
in parole che cuore e pensiero  
mai hanno sognato.  
Nel profondo tuo essere  
ho dormito e amato,  
perché mai ora mi scanni?  
Forse non sono anch'io  
figlio della tua forza?  
Fredda terra... Fredda realmente sei  
o solo non comprendo il castigo?  
Queste mani e questi occhi  
ancora respirano di calore! Di vita!  
Il mio seme ancora  
non è placato, egli esplode!  
Il mio sangue straripa  
e di sorrisi s'inventa utopie  
dov'anche tu m'accompagni...  
Perché dovrei accettare  
di non vedere più il mio alito?  
Di canti e poemi  
ho disegnato il tuo volto,  
con fiori e miele e acqua  
ho segnato il tuo nome, Terra.  
Così fredda sei?  
Così gelida ora?  
Questo dunque è il regalo  
che ultimo mi pongi. Silenziosa.  
Odoro di muffa e umido,  
Castigo,  
ma ancora ho una lacrima per te,  
Fredda,  
e di calda vita ancora ti ricordo,  
Terra.  
Tuo adesso come mai prima.  
Suppongo...  
... e di morte mi assopisco tremante.

Il volo della farfalla

1

Rick era seduto sulla panchina. La stessa in cui si sedeva tutti i giorni durante la pausa pranzo. Casa sua era troppo distante, avrebbe passato quell’ora in macchina solo per andare e tornare. Nei mesi caldi era un bel modo di passare quel momento, ma nei mesi freddi, nei rigidi e umidi inverni, era costretto a rinchiudersi nella tavola calda di Anita. L’angusto ritrovo di camionisti, operai, poveracci con uno straccio di pensione e mendicanti che avevano racimolato spiccioli per una minestra. Poteva andare da un'altra parte, ma sarebbe stato troppo. Nonostante la sua giacca e la sua cravatta e le scarpe sempre lucide, era solo un impiegato. Uno di quelli per cui la fine del mese arriva sempre troppo presto.

Aveva da poco finito il suo panino. E come sempre aveva ripiegato la carta per bene, infilandosela in tasca. All’uscita del parco c’era un cestino dei rifiuti, e lì l’avrebbe gettata. Gli dava fastidio pensare di sporcare per terra. A malapena sopportava che lo facessero gli altri. Bevve l’ultimo sorso dalla bottiglietta d’acqua.

La giornata era bella e piena di sole, ma non era troppo caldo. Luglio era stato discretamente magnanimo. C’erano stati anni in cui andare al parco all’una era come infilarsi in un forno a legna, ma quello no. Un’estate mite, senza troppi scossoni. Rick fece una smorfia. Un po’ come la sua vita. Mite. Tranquilla. Senza troppe emozioni.

«Piatta, Rick», disse a denti stretti.

«Piatta e vuota», sospirò stancamente.

Una folata di vento lo colse impreparato, scarmigliandogli i capelli e facendo svolazzare la giacca appoggiata di fianco. Una farfalla dai colori vivaci era stata portata fin lì e ora che il vento era sciamato via lei era rimasta a fare le sue acrobazie nell’aria. Volteggiava tra i fiorellini che spuntavano nell’erba, silenziosa e libera. Aveva strani e bellissimi disegni sulle ali. Si alzava e scendeva, poi piroettava. Qualche volta gli si avvicinò persino e Rick la seguì con lo sguardo. La trovava bellissima. Piena di una grazia che solo la natura sa esprimere in modo tanto originale e sublime.

Gli venne in mente che anche lui era parte di quella natura che ammirava tanto. E anche gli altri umani. «Stupidaggini», disse. «Chissà di che siamo fatti noi…»

Si era fatto tardi. Doveva tornare al lavoro. Nel suo ufficio del seminterrato.

La farfalla lo osservò andare via a testa china.

 

2

La luce che entrava dalla piccola finestra in alto, vicino al soffitto, non era sufficiente per illuminare la stanzetta. Per questo, d’estate e d’inverno, di mattina e di pomeriggio, doveva tenere sempre le luci accese.

Aveva la scrivania piene di pratiche da sbrigare e sembrava che avessero stranamente vita propria quelle scartoffie. Più ne eliminava e più ne comparivano. Come una specie di dispettoso incantesimo.

Si appoggiò allo schienale guardandosi intorno. Il colore un tempo bianco delle pareti era diventato un giallino brutto e scrostato. Gli schedari erano pieni di polvere, perché chi aveva come mansione quella di pulire sembrava evitare il suo ufficio. Apposta. O forse, più semplicemente, lui era talmente insignificante da risultare invisibile. Inesistente.

La porta si aprì all’improvviso. L’uomo corpulento e sudato lo guardò quasi senza vederlo. Mise sulla scrivania un altro mazzo di documenti. «Adani ha detto che devono essere pronte per domattina», disse con una vocina che stonava con la sua massa.

«Stai scherzando? Guarda quanta roba ho da fare?»

«E te ne stai a naso all’insù. Come no? Comunque, questo ha detto». E uscì senza salutare, sbattendo la porta.

Rick scosse la testa guardando il mare di carte davanti a se. Sospirò irritato e si rimise al lavoro.

 

3

Aveva fatto ancora una volta gli straordinari. E sapeva benissimo che in qualche modo non gli sarebbero stati pagati. Era sempre così. Per un motivo o per l’altro tutto finiva in trattenute, tasse e altre voci misteriose sulla sua misera busta paga.

Il monolocale era in penombra. Le ultime luci del tramonto si sarebbero spente di lì a poco, colando a picco dietro gli alti palazzi della periferia. Rick stava in piedi vicino all’entrata, la borsa a terra. Lo sguardo era perso nel vuoto della sua micro casa. La stanza con il divano letto e l’angolo cucina, la porta che dava nel piccolo bagno senza finestre e l’altra che si apriva sullo sgabuzzino. Solo l’ampia finestra nella parete opposta, l’unica finestra, era un modo per fuggire da quello squallore che qualcuno chiamava vivere.

Fece alcuni passi stanchi. Tutto era perfettamente in ordine, come l’aveva lasciato. Il tavolo spolverato, le stoviglie riposte, il divano letto sistemato, pronto per un’altra sera davanti alla televisione, il portascarpe chiuso e con le bustine salva odore all’interno. Il piccolo armadio dove teneva i pochi vestiti, puliti e ben stirati. E il tavolinetto nell’angolo alla destra della finestra, con la macchina da scrivere. E dentro al cassetto qualcosa che nella sua fantasia avrebbe dovuto essere un grande romanzo, ma che non sarebbe stato mai finito. Marciva lì da dieci anni.

La sua vita. Tutto quello che ne era rimasto. Insignificante.

Passò una mano sul tavolo ormai vecchissimo. Un lascito di sua nonna. L’unico componente dell’arredamento che appartenesse a lui. Ogni volta che lo guardava gli tornava in mente la sua infanzia, nella casa di campagna, con il papà, la nonna e il nonno. La mamma non l’aveva mai conosciuta. Suo padre gli aveva sempre detto che in qualche modo lei aveva fatto spazio a lui in questa vita. A quel pensiero gli scappò una risata. «Una bella vita davvero… niente da dire». Aveva la voce rotta da un pianto che arrivava sempre, ma che non si sfogava mai. Una disperazione incapace di prendere il volo e uscire per gridare la rabbia. Che provava verso il destino e verso se stesso. Una ferocia che gli nasceva da dentro, ma che rimaneva lì, consumandolo giorno dopo giorno, senza sosta e senza via di scampo. Si lasciò cadere sul divano. Di lì a poco si sarebbe preparato da mangiare, poi una doccia e infine a letto. In attesa del giorno dopo. Uguale a questo. Dentro un bus puzzolente che lo avrebbe portato al suo lavoro schifoso, in mezzo a fantasmi come lui, tra carte e documenti inutili quanto inutile era continuare a sperare che qualcosa potesse cambiare. Perché non cambiava mai. Non era mai cambiato. Come la casa di campagna perduta per i debiti di gioco del padre e la sua morte per cancro alle ossa. Come i nonni, marciti in un ospizio da quattro soldi. Come la sua vita. Finita prima di cominciare per la paura continua e terrifica di non fare la cosa giusta, di non essere all’altezza, di non saper decidere al momento giusto. Senza sapere quando mai fosse quel momento.

Si mise la testa tra le mani. Ma non pianse. Rimase solo lì. Nell’inedia e nella disperazione.

 

4

Ancora una volta il sole splendeva alto. Come ogni giorno. O quasi. La notte aveva lasciato il passo, e con lei la cena solitaria, spartana come la voglia di cibarsi che aveva. E il sole aveva proseguito la sua corsa nel cielo fino allo zenit, incurante del peregrinare senza meta dei piccoli umani sul piccolo pianeta. Gli umani che a mezzogiorno tornavano a casa per pranzare con le loro famiglie. E quelli che non avevano nemmeno una casa dove tornare. E quelli che non tornavano mai. E quelli come Rick. Il popolo dei fantasmi, come diceva lui.

La panchina era sempre la stessa. Sempre lo stesso parco. Occupato qua e là da qualche coppietta in vena di romanticismo, o solo da una semplice e primordiale voglia di stare insieme. Corpo a corpo. Rick chiuse gli occhi a quel pensiero. Non lo ricordava il tempo passato dall’ultima volta che aveva stretto tra le braccia una donna. Nemmeno ricordava quella donna.

Si guardò mentalmente allo specchio. Non si era mai trovato brutto. Era alto, magro, ma il viso aveva lineamenti regolari e delicati, ben rasato. Neppure un accenno di stempiatura tra i suoi capelli neri. Ma aveva l’aria continuamente persa, come inchiodato ad un concetto di esistenza parallelo, che non aveva niente a che fare con gli altri.

Gli tornò in mente il suo romanzo, dentro al cassetto del piccolo tavolino. Centotrentasei pagine di una vita che non era la sua. Parole e parole che avrebbe voluto fossero appartenute a lui, alla sua linea temporale, e che invece erano l’ossatura principale dell’esistenza di un uomo che lui non sarebbe stato mai. Un avventuriero di quelli che puoi vedere in vecchi film americani, che viaggiano mezzo mondo, adattandosi alle situazioni più disparate. Un uomo che sapeva quel che voleva.

Ma era una vita a metà, perché Rick quella storia non l’aveva mai terminata, e così Liam, il suo alter ego, era rimasto in mezzo ad una tormenta di neve, tra le montagne e le gole del Pamir. Destinato a non muoversi più da quella sorta di fermo immagine che Rick era incapace di sospendere.

Scosse la testa e bevve un sorso d’acqua. Si sentiva un idiota. Un completo fallimento. Cosa credeva? Che sarebbe riuscito a terminare quella storia, prima o poi? Non era capace di vivere la sua vita, cosa gli faceva pensare di poter creare e vivere la vita di un altro? Quelle centotrentasei pagine sarebbero ammuffite, per poi cadere nel cestino dei rifiuti del tempo. E lui con loro.

Alzò lo sguardo verso l’albero di fronte a lui, al di là del sentiero di ghiaia. Appollaiata sulla corteccia, silenziosa e immobile, c’era la farfalla. La stessa identica farfalla che aveva già visto. Muoveva solo le piccole antenne, ritmicamente. Incurante del mondo che la circondava, ma parte di essa.

D’improvviso prese il volo, allontanandosi. Tra i volteggi e le piroette che l’aria in parte le imponeva. E lui rimase a guardarla finchè non sparì dalla sua vista.

 

5

Quella notte non chiuse occhio. La sera prima non aveva nemmeno mangiato. Era tornato dal lavoro, aveva aperto il divano letto e ci si era buttato su. Senza spogliarsi, senza una doccia. Niente. Ma non aveva dormito. Aveva continuato a guardare il soffitto scrostato e il piccolo lampadario al centro. Nel buio non aveva fatto altro che tentare di capire come poteva essere arrivato fin lì. Perché proprio non riusciva a comprendere quale fosse il motivo che lo spingeva a non reagire mai, a non ribellarsi mai, a non essere qualcosa di diverso da un ombra che camminava. Era l’alba. Quel giorno sarebbe stato l’ultimo di lavoro. Gli spettava una settimana di ferie. Una sola. Si alzò a fatica e si tolse i vestiti. Rimase qualche secondo nella mezzombra, nudo, poi si diresse al bagno.

Prima di farsi la doccia decise di radersi. Stese la schiuma da barba sul viso e poi impugnò il rasoio. Le strade regolari che tracciava sulla pelle sembravano strane autostrade.

Poi si tagliò. Non sentì dolore. Guardò nello specchio il rivolo di sangue che scendeva dalla sua guancia, andandosi a mischiare alla soffice crema bianca.

Rosso. Rosso sangue. Lo presetra le dita. Lo sentì caldo. Chiuse gli occhi e poi terminò la rasatura, incurante del taglio.

 

6

L’autobus era pieno di gente. E di odori al limite della sopportazione. Facce che sembravano provenire da mondi a parte. Soggetti senza identità, senza linee da condividere, tutti presi, come Rick, dal proprio ristretto cerchio di esistenza. Vide qualche esempio che forse poteva elevarsi da quell’assurdo e insensato carnaio, ma troppo poco. Troppo, per poter esser preso in considerazione. Si toccò la ferita sulla guancia. Aveva smesso di sanguinare, ma rimaneva leggermente umida. Una specie di segnale di vita in mezzo a tutta quella grigia morte.

Scese alla solita fermata. Quel giorno il sole non era tanto presente e la città aveva i colori tipici di un autunno ancora troppo lontano. Camminando, passò vicino alla vetrina di un negozio. Si fermò. C’erano un sacco di cose in vendita, per lo più di dubbia utilità. Lui stette fermo a guardare la sua immagine riflessa sul vetro. Completo grigio, scarpe nere, camicia bianca e cravatta nera. La stessa immagine di sempre. La stessa maledetta immagine che non cambiava mai.

Poi inclinò la testa. Guardò più attentamente. Non era la stessa immagine. C’era dell’altro. Una cosa che non c’era mai stata. La sua ferita sulla guancia sinistra. Gli parve che quel segno rossastro desse una dimensione diversa persino ai suoi lineamenti. Alla sua espressione. Scosse la testa e riprese a camminare poi, incurante per la prima volta nella sua vita di dover andare a timbrare il cartellino delle presenze, tornò sui suoi passi. Si osservò di nuovo nel riflesso della vetrina. Era cambiato qualcosa. Quello non era Rick. Non era l’uomo curvo sulla linea della propria insulsa vita. C’era quel segno rosso nella fotografia in bianco e nero.

Provò confusione. Riprese a camminare, stavolta diretto si, al lavoro, ma con una flemma diversa. Era perso in pensieri che non capiva. C’era come un rumore di fondo che non comprendeva. I suoi passi erano meccanici quanto lo scorrere della lancetta dei secondi nel suo orologio vecchio di decenni. E lui si sentiva così. Come quella lancetta. Intrappolato in un vecchio e ormai logoro meccanismo.

Quando fu davanti al portone degli uffici del Comune si arrestò. Guardò in alto. L’edificio lo osservava quasi sbavando. Una creatura amorfa, ma abietta e oscena. Entrò senza guardare l’usciere, che per altro nemmeno lo vide. Arrivò sino al meccanismo a parete dove il suo cartellino sarebbe dovuto passare per registrare la sua presenza. L’orologio digitale del piccolo display gli concedeva ancora un minuto prima di far scattare la penalizzazione di quindici minuti sul suo orario. Soldi che sarebbero magicamente spariti senza lasciare traccia.

Rick fece passare il tempo senza muoversi, con il tesserino in mano. Sentì il respiro fetido del vecchio palazzo e la puzza degli altri morti che si muovevano la dentro. Quelle immagini sbiadite, in bianco e nero, di vite sospese nel nulla. E all’improvviso davanti a se non vide più la parete, e le scale che portavano nel loculo che aveva chiamato ufficio per ventidue anni. E non vide il meccanismo segna-tempo che delimitava il suo spazio lavorativo e la capienza del suo esiguo guadagno. Vide un albero, nel mezzo dei giardini pubblici. E sulla sua corteccia, la farfalla dipinta di cangianti colori. Con quel piccolo movimento delle antenne. E poi la vide volare, nell’aria che la sosteneva amorevole.

Si toccò la guancia. La mano grigia era sporca di una striscia di rosso vivo. Inspirò profondamente e lasciò cadere a terra il cartellino che portava il suo nome e cognome e dove campeggiava la foto di se stesso di ventidue anni prima.

Girò su se stesso e si diresse verso l’uscita.

 

7

Il grande terrazzo sulla sommità del palazzo dove abitava era sporco, lasciato in disuso e in abbandono da decenni. C’era sterco di piccioni ovunque sulla pavimentazione ricoperta da un antico strato di bitume. La ringhiera che delimitava il perimetro era tutta arrugginita e in alcuni punti addirittura mancante. Il risultato di qualche atto vandalico del passato, sensato quanto l’accanimento violento su un cadavere.

Si avvicinò al limite di uno dei punti dove il ferro battuto era stato divelto e buttato altrove. Mise i piedi sul ciglio e guardò di sotto. Dieci piani.

Aprì le braccia e ricordò il volo della farfalla. Libera nell’aria. Danzante nella semplicità della sua breve, intensa e spettacolare vita. Una macchia di colore nel nulla.

Si tolse la giacca e la gettò via. Poi la cravatta. La camicia bianca.

Con la mano destra spinse con forza sulla ferita che aveva sul viso e la fece sanguinare di nuovo. Le dita macchiate corsero sul suo torace, sull’addome, sui capezzoli. Chiuse gli occhi e aprì le braccia. E immaginò di essere quella farfalla. Diventata tale dal bruco che lento si era inerpicato su un ramo, fino a chiudersi nella crisalide. Dipinto di morte in attesa della nuova vita.

E sentì esplodere una disperazione che da sempre aveva represso, chiuso dentro una gabbia di silenzio vile e putrido quanto il senso di quella vita insulsa e priva di luce e colori. Senza coraggio né scelte, né desideri veri né veri propositi. E pianse. Pianse mentre ondeggiava avanti e indietro sul cornicione di quel palazzo vecchio, che puzzava di stantio e colorato di paura e vergogna.

Pianse come fosse la prima volta. E sentì solo la crisalide attorno a sé.

 

8

La strada era affollata. C’erano musici di varie parti del mondo a riempire l’aria di strani suoni e canti in lingue che tra loro non si sposavano, né si conoscevano. Il festival sarebbe durato una settimana e per vederlo i turisti sarebbero accorsi in massa.

C‘erano anche solitari personaggi seduti a terra, che disegnavano sul selciato immagini religiose e copie di quadri di geni del passato, in mezzo alla leggera polvere multicolore dei gessetti. E poi pittori improvvisati e vari e pittoreschi figuri che vendevano manufatti veri e falsi di paesi magari mai visti.

Da una finestra di uno dei vecchi e colorati palazzi della piazza usciva un leggero fumo azzurrino. Una sigaretta in un portacenere. La stanza era piena di libri e piuttosto in disordine.

Accanto alle ante aperte del balcone, seduto su una vecchia sedia di legno scuro, la figura vestita con un vecchio paio di jeans e una maglietta nera, scalza, batteva velocemente sui tasti di una vecchia macchina da scrivere.

Di fianco a lui centinaia di fogli numerati e in ordine.

Si fermò un attimo e poi scrisse l’ultima parola.

“Fine”.

Spense la sigaretta, bevve un sorso da una bottiglia di vino e sorrise guardando fuori. Aveva la barba incolta e i capelli arruffati. E un’espressione decisa e viva.

Viva.

Incommensurabile

Primo stadio

Si svegliò con una curiosa sensazione di torpore in tutto il corpo. Non ricordava quando si era addormentato, ma era come se non si fosse mosso da molte ore. Poi rifletté.

Addormentato? Si, si era addormentato. Ma dove? Quando? Tentò di stirarsi, ma subito si accorse che i muscoli gli dolevano in modo terribile.

Aprì le palpebre lentamente. E fu come se non lo avesse fatto. Il buio era tale e quale a quello di una stanza ermeticamente chiusa, o di una notte senza stelle. Con fatica si mise a sedere e tentò di capire dove si trovasse. Il buio che lo avvolgeva era così denso da non concedergli nemmeno un punto di riferimento.

Per un attimo pensò ad un sogno. Ma qualcosa nella sua mente gli suggerì che non stava affatto sognando. Allora mosse le mani, a tentoni, tentando di stabilire un qualche contatto con ciò che lo circondava, nell’oscurità.

Nulla.

Una piccola ondata di panico gli si riversò addosso. Seppur con difficoltà, si mise in piedi, tentando di mantenersi in equilibrio. Quel nero avvolgente senza punti di riferimento gli dava un senso di vertigine. Si toccò il corpo e scoprì di essere vestito. Frugò nella memoria e riuscì a dare un nome a ciò che indossava. Pantaloni leggeri, una camicia. Pian piano si rese conto di non avere nulla ai piedi. Era scalzo. Allora si chinò e toccò con le mani la superficie che lo sosteneva. Piatta. Liscia. Fresca.

Si passò le dita sul viso. Pelle calda. Barba incolta.

Dove si trovava? Cos’era quel posto buio? Perché si era addormentato a terra? E vestito per giunta?

Tentò di muovere alcuni passi in avanti. Le gambe e la schiena gli facevano un gran male, ma sentì di potercela fare. A mano a mano che i secondi passavano, nuove domande gli crescevano nella testa. Una su tutte, pur non sapendo perché, emerse dalle altre. Chi era?

Non lo ricordava. Non ricordava il suo nome. Ma l’inquietudine veniva dal fatto che era cosciente che avrebbe dovuto saperlo.

Una parola si dipinse in quell’irreale momento che lo vedeva vagare a tentoni nel buio silenzioso. Ricordi. Sapeva che avrebbe dovuto averne. Non sapeva perché, ma sapeva che era così che doveva essere. E allora perché non c’era nulla che riuscisse a ricordare?

Camminò come un cieco, con le mani protese in avanti, alla ricerca di qualcosa di solido che potesse dargli una qualche forma di rassicurazione, invece di quel vuoto nero.

E infine le sue dita poggiarono su una strana sostanza morbida. Nella sua testa si formò la parola lana. Sembrava una parete di lana. Spinse sempre più forte, finché non perse l’equilibrio.

Cadde in avanti, e quella lana iniziò ad avvolgerlo. Sempre di più. Mentre cadeva.

 

Secondo stadio

Quando aprì gli occhi la luce era così forte da fargli dolere la testa. Si portò le mani sul viso per impedire a quel bagliore di agire come una lama sui suoi occhi. Passò del tempo prima che potesse riuscire a liberare la vista senza rimanere di nuovo accecato e quando vi riuscì rimase attonito di fronte a ciò che lo circondava.

Bianco. Solo questa parola si formulò nella sua testa. Un bianco luminoso in ogni direzione. Intorno, sopra e sotto di lui. Si guardò in giro, tentando scorgere qualcosa oltre a quella luce candida che lo avvolgeva, ma non c’era nient’altro. Allora ricordò. E la parola ricordo parve quasi dirgli qualcosa che non comprendeva. Ma ricordò ugualmente. Rammentò un luogo buio. Nero. Un’oscurità densa. E ancora altro c’era legato al buio. La sensazione di cadere, avvolto in qualcosa di morbido e caldo.

Si toccò il viso. Barba lunga. Forse di diversi giorni.

Giorni?, si chiese. Quella parola aveva un effetto curioso. La disse a voce alta. – Giorni.

Rimase sorpreso nel sentire quel suono profondo, baritonale, leggermente rauco.

Si alzò in piedi e mosse alcuni passi. Ovunque guardasse non c’erano punti di riferimento che potesse sfruttare per capire qualcosa di quel che gli stava accadendo. Ma sapeva, e non aveva idea del perché, che quello era un luogo molto diverso da dove era stato prima.

D’improvviso quella frase lo mise in uno stato di leggera frustrazione. Prima? Prima di cosa?

Il suo respiro accelerò sensibilmente e una sensazione di freddo lo pervase. Si strinse le braccia intorno al corpo. Solo allora si accorse di avere dei vestiti. Si osservò. Pantaloni leggeri, di colore beige, una camicia nera sbottonata. Niente scarpe né calze.

Cos’era quel luogo?, si chiese. E quell’oscurità che rammentava, di un prima indefinito? Era forse quello il prima?

Mosse un passo in avanti. Poi un altro. E un altro ancora. Camminò per diverso tempo, fino a che non andò a sbattere su una parete, anch’essa formata dalla luce bianca.

In quel preciso istante fili di luce iniziarono ad avvolgerlo. Lui cercò di divincolarsi, ma essi diventavano sempre più fitti, come una ragnatela. Fino a che non fu più in grado di muoversi e ciò che lo circondava divenne solo luce di nuovo abbagliante e asfissiante. Poi buio. Poi nulla.

 

Terzo stadio

- Svegliati.

La voce era un suono indistinto. Aveva il corpo intorpidito. Forse per la posizione fetale in cui si trovava.

Da quanto?

Tentò di aprire gli occhi, ma le palpebre erano pesanti, così pesanti…

- Svegliati, su.

Era un timbro leggero. Quasi la voce di un bambino. Ma nel suo cervello, che andava lentamente riprendendo coscienza, sapeva che non c’erano bambini, lì. Ovunque fosse il luogo in cui si trovava. E qualsiasi cosa fosse un bambino. Represse una leggera ondata di panico e aprì gli occhi.

La superficie su cui poggiava era morbida e calda. Si mosse e fece leva con le mani per mettersi seduto. I muscoli dolevano e le ossa scricchiolavano, come se da giorni fosse rimasto fermo in quella posizione. Si trovava sopra un tappeto rosso, con arabeschi eleganti neri e verdi.

Circospetto, spostò lo sguardo a destra e a sinistra. Forme filamentose si muovevano intorno a lui, luminose e colorate, su uno sfondo buio come la notte.

- Benvenuto. – Disse la voce.

- Chi sei? – Chiese lui.

La voce si fece attendere qualche secondo.

- Un amico. – Disse poi.

Lui si alzò. Girò su se stesso. Tentò di capire che luogo fosse. Perché nella sua mente aveva il ricordo di un luogo buio e di uno luminoso. Mentre ora si trovava sopra un tappeto, al centro di un cerchio che sembrava fatto di metallo dorato. Tutto il resto era solo impalpabile notte striata da filamenti colorati che si muovevano lenti.

- Dove mi trovo? – Chiese.

La voce si fece attendere di nuovo. Questa volta più a lungo. A lui questo non piacque, ma non seppe dire perché.

- Non è una risposta facile. – Disse la voce.

Si mosse su quel morbido tappeto. Sentì il soffice tepore del tessuto sotto i piedi. Era impossibile dire a che distanza si trovassero quei filamenti in movimento. Avrebbe voluto andare oltre il tappeto, ma qualcosa nella sua mente gli sconsigliò quel gesto.

Si chiese cosa voleva dire la voce con quella frase enigmatica. Ma le domande nascevano rapide nella sua testa. Chi era lui? Cosa stava succedendo? Perché aveva la sensazione che ci fosse stato un prima di ciò che vedeva e provava? E aveva senso la lieve paura che batteva nel suo petto?

- Aiutami. – Disse infine. – Troppe cose non capisco. Ho ricordi vaghi e confusi.

- Si, lo so. – Disse la voce.

- Hai detto che sei un amico.

- Si.

- Come ti chiami?

Di nuovo la risposta non arrivò subito.

- Puoi chiamarmi Uno.

- Uno? Ma uno è un numero.

Come lo so?

- È vero.

Lui si lasciò cadere sul tappeto. Incrociò le gambe e scosse la testa. Si sentiva stanco, ma soprattutto agitato. La mente continuava a dargli segnali confusi.

Ricordi.

Sentiva che avrebbe dovuto avere dei ricordi, ma questi erano come nascosti dietro ad una parete per lui inaccessibile.

- Va bene. Ti chiamerò Uno, allora.

- Si.

- Uno, puoi spiegarmi cosa mi succede? Ho paura.

- Non ricordi nulla?

- Cosa dovrei ricordare?

- È lo strascico lasciato dal tuo percorso nell’Hexamonn.

Hexamonn? Si chiese.

Quella parola non gli era del tutto estranea. L’aveva già sentita da qualche parte. Ma subito si domandò come poteva esserci qualche parte se i suoi ricordi erano ancorati lì.

- Perché credo che questo… Hexamonn abbia un senso per me? Sono già stato qui?

- Si.

- Ma io non…

- Ora non è tempo. – Disse Uno. – Abbiamo stabilito il contatto primario. Adesso devi riposare. Le risposte verranno.

- Aspetta Uno! Uno!

Ma la voce era scomparsa.

Lui si fece prendere dallo sconforto e desiderò piangere. Anche se quella parola gli appariva estranea.

Pochi istanti dopo i filamenti multicolori e luminosi che giravano attorno al disco dorato iniziarono ad avvicinarsi. Lo toccarono. Piano piano gli si stesero su tutto il corpo. E lui, pur senza capire, non oppose resistenza.

Tutto finì in un dolce turbinio di luci e colori. Poi luce. Poi buio. Poi nulla.

 

Quarto stadio

Un rumore leggero ed insistente lo destò dal sonno profondo. Si stiracchiò lentamente e aprì gli occhi. Di fronte a lui c’era una grande finestra da cui entrava una luce leggera, mentre sui vetri una pioggia lenta batteva senza sosta. Si guardò intorno e riconobbe la propria stanza da letto.

Sbadigliò e poi si mise a sedere.

- Che scemo, - disse – sono andato a letto vestito.

Scostò le coperte e vide che indossava un paio di pantaloni beige e una camicia nera. Scosse la testa sorridendo mentre si alzava. Si stirò di nuovo e poi si avviò verso la sala. Anche lì tutto era immerso in quella luce debole. Allora guardò l’orologio sulla parete accanto alla televisione. Le sette e venti del mattino.

Fece qualche passo verso il tavolo e prese in mano il pacchetto di sigarette. Vuoto. Imprecò tra sé. Andò alla finestra e guardò fuori. La strada era immersa nel silenzio del primo mattino, ma c’era un po’ troppa calma.

- Forse è domenica. – Disse. Poi guardò di nuovo l’orologio a muro, che aveva anche il datario. Mercoledì.

- Che buffo… Meglio se mi faccio una doccia.

Si tolse i vestiti e si avviò al bagno.

Mentre l’acqua calda gli scorreva sulla pelle sentì i propri muscoli rilassarsi e solo in quel momento si rese conto che aveva tenuto il proprio corpo contratto in una sorta di forte tensione, come quella data da una sensazione di pericolo imminente. Ed era una cosa ben strana. In fondo era lì, a casa sua, nel suo appartamento in cima ad uno dei palazzi più alti della città.

I pensieri più strani, ma lui li definì scemi, gli si affacciarono alla mente. Un terremoto in arrivo? Un’alluvione? Un attacco terroristico?

Si, è perché no, magari un’invasione aliena. Oh, per l’amor di Dio, Gerry… cosa ti sei bevuto ieri sera per ridurti il cervello in questo stato?

Finì di sciacquarsi i capelli per togliere i residui di shampoo e poi chiuse l’acqua. Uscì dal box e si infilò l’accappatoio.

Si guardò intorno, ancora immerso nella leggera foschia creata dal calore della doccia, e colse una strana aria innaturale. Non ricordava di aver mai avuto sensazioni simili, ma era vera. Solo in quell’istante si rese conto che non era qualcosa costruito dalla sua mente. E più ancora, ciò che lo inquietò fu il non avere la minima idea di cosa avesse fatto la sera prima. Perché fosse andato a letto vestito. Strinse le mascelle fino a digrignare i denti.

Quando fu di nuovo nella ampia sala si guardò intorno come in cerca di un segno. Qualcosa che potesse dargli qualche risposta. Poi posò gli occhi sul tavolino di fronte al televisore. Il cellulare.

Si sedette sul divano e prese in mano il telefono. Andò sulla rubrica e cercò un nome. Il primo che gli era venuto in testa. Donato. Non aveva la minima idea del perché, ma pensava che Donato potesse essergli d’aiuto. Quando lo trovò pigiò immediatamente il tasto di chiamata. Nulla, suonava a vuoto.

Rifece la stessa operazione altre tre volte, con il medesimo risultato.

Poi chiamò Stefania, la segretaria dell’ufficio del Centro. Di nuovo niente. Suonò a vuoto.

Si appoggiò allo schienale del divano, perplesso. Ripercorse passo passo tutte le cose che aveva fatto da quando si era svegliato, quel che aveva visto, toccato, spostato. Cercò qualcosa che nella sua mente si potesse identificare come “segno”, pur non avendo la minima idea di cosa volesse significare. Sapeva che c’era una nota stonata in quel risveglio di una mattina di metà settimana. Una specie di vibrazione asincrona.

All’improvviso un’idea pazzesca gli balenò in mente. Si alzò di scatto e si recò alla porta del balcone, l’aprì e uscì. Mise le mani sulla ringhiera di ferro battuto e annusò l’aria, ad occhi chiusi. Cercò anche di captare ogni suono possibile.

Pochi secondi dopo si accorse che non c’erano odori, di nessun tipo. E nessun rumore, a parte quello della pioggia. Niente. Riaprì gli occhi e la vista gli confermò quello che gli altri sensi avevano suggerito. Era come se quello che lo circondava fosse una sorta di immagine tridimensionale registrata, ma privata di molte parti essenziali.

Le parti umane.

Osservò bene le case e i palazzi, la strada, le auto parcheggiate, gli alberi delle piste ciclabili, i negozi, poi il cielo. Tutto era esattamente come doveva essere, ma non come avrebbe dovuto essere.

Sembrava tutto

finto?

A quel punto Gerry si rese conto che stava stringendo la ringhiera con una forza tale da farsi sbiancare le nocche. Allentò la presa e staccò una mano per portarsela al viso. Lui si sentiva vero. Si sentiva reale. Allora tese il braccio verso l’aria ferma che lo circondava, con una tensione interiore che non ricordava di aver mai provato. Rifuggiva l’ipotesi del sogno, o dell’allucinazione.

i sentiva dannatamente presente e sapeva, ma non perché, che non c’era niente di onirico.

Ma la sua mano, tesa, non sentì la pioggia. C’era il rumore, c’era l’immagine, ma niente acqua.

Poco più in là della ringhiera, la sua mano si fermò. Ma non l’aveva fermata lui.

Un brivido freddo gli corse per la schiena. Dove aveva trovato resistenza con il tocco del palmo si erano formate delle onde concentriche che lentamente andavano distorcendo l’immagine che aveva davanti. Come un sasso gettato in uno stagno.

Fece qualche passo indietro, agghiacciato da quella scoperta. Pochi secondi dopo tutto tornò come prima. E fu in quell’istante che la sua mente ricompose alcuni pezzi di ricordi che lui non sapeva di avere. Un luogo buio e uno di luce. E un posto circondato da colori immersi nell’oscurità.

Poi apparve, dal nulla, un suono. Un rumore leggero, vibrante e armonico.

Girò su se stesso per capire da dove venisse, ma non c’era nulla che ne chiarisse la fonte.

Lentamente, tutto attorno a lui cominciò a dissolversi come neve al sole. Il suo appartamento, il panorama di fronte a lui, il cielo, tutto quanto, persino l’accappatoio che portava. E nel giro di qualche interminabile minuto rimase immerso e sospeso in un nulla che pulsava di una energia che sapeva che avrebbe dovuto comprendere, pur senza sapere perché. Nonostante il terrore gli attanagliasse le viscere, si lasciò andare ad un sonno irreale e innaturale, mentre il suono vibrante lo avvolgeva.

 

Quinto stadio

Gerry aprì gli occhi e si trovò immerso in una specie di nebbia rosata, in movimento lento e continuo. Non si trattò di un risveglio, ma di una sorta di emersione. Come se venisse da qualche parte e quella fosse la destinazione. Guardò i suoi vestiti, e li riconobbe. Pantaloni beige e una camicia nera, sbottonata. Niente scarpe. La barba leggermente incolta.

Piano piano prese coscienza di ciò che stava provando, pur non sapendo cosa fosse, e mise a confronto i ricordi che gli affollavano la testa. C’era un prima che gli appariva molto lontano. Una sequenza di istanti che precedevano quel suo

viaggio?

e che adesso avevano peso e corpo. Ma anche la parola adesso perdeva di significato in quel luogo/non luogo. Il peso al petto che sentiva era l’innata paura umana di fronte all’ignoto. Perché non era un sogno, non era un incubo, non era un’esperienza di pre morte, non era nulla di allucinatorio. Sapeva che era così. Ma ciò non diminuiva la paura.

La nebbia rosata si illuminò debolmente. E quel bagliore delicato fu accompagnato da un suono ovattato e continuo. Era un insieme di note e voci che si mischiavano, come se si rincorressero per trovare una connotazione logica, uniforme.

E infine il suono cessò. Lasciando il posto ad una voce.

- Benvenuto, Gerry.

Lui si guardò intorno, ma a parte la nebbia rosa, non c’era nient’altro. La voce era delicata, leggera, come quella di un ragazzino.

- Chi sei tu?

- Un amico e come ti ho già detto, puoi chiamarmi Uno.

Gerry annuì. – È vero. Io so che ci siamo già incontrati. Ma come lo so?

- Perché è un tuo ricordo.

Tutto attorno a lui era immutato. – Non vuoi mostrarti, Uno?

- Ciò che osservi è parte di quello che sono. La tua capacità visiva non ti permette molto altro.

- Ma tu cosa sei? Perché mi trovo qui? Perché ho paura?

La voce si fece attendere qualche secondo. Gerry sentì che avrebbe dovuto sapere parte delle risposte, ma non riusciva a trovare la chiave per giungervi.

- È un caso fortuito che tu sia qui, Gerry.

- Fortuito?

- Si. Benché voi crediate in qualche sorta di ordine precostituito, molte delle vostre azioni sono dettate dal caso. Ciò che resta è solamente causa/effetto.

- Voi?

- Voi umani.

- Non capisco.

Gli parve di sentire una nota divertita aleggiare in mezzo alla nebbia.

- Tu ora ricordi chi sei, Gerry?

Lui parve disorientato da quella domanda. Ma subito, focalizzando l’attenzione su di se, rammentò ciò che sembrava sfuggirgli. Certo che sapeva chi era. Gerry Contesi, fisico specializzato nello studio delle particelle elementari. Abitava a Milano, ma lavorava al Cern di Ginevra. Aveva molti amici. Amava leggere nel tempo libero. Gli piaceva l’arte moderna.

- Esatto Gerry, tutto esatto.

- Tu puoi leggere nella mia mente, Uno? – Chiese stupefatto.

- Si.

- Come è possibile?

- È il mio modo di comunicare.

Comprese che la voce di Uno non era formata da suoni, ma da vibrazioni che prendevano la forma di parole nel suo cervello.
E lentamente anche molti dei suoi pensieri si stavano schiarendo. Ma gli sfuggiva la sequenza. Il perché di quel che viveva.

- Tutto è legato al tuo lavoro, Gerry.

- Spiegati, Uno. Ti prego.

- Da un tempo incommensurabile la mia specie tenta di avere dei contatti, ma per via della nostra natura ciò è sempre stato impossibile. Serviva un evento straordinario, che noi non potevamo creare.

- Santo cielo, ma tu cosa sei, Uno?

La nebbia rosa iniziò a vorticare velocemente. Gerry osservò quel fenomeno attonito. Tutto intorno a lui divenne una sorta di liquido che andava concentrandosi sotto di lui e poco dopo si trovò immerso nello spazio cosmico, sostenuto da una sorta di disco rosa in movimento. Provò un senso di vertigine, ma si accorse che non poteva cadere da nessuna parte. Qualcosa si occupava di tenerlo lì, perfettamente stabile.

- Conosci ciò che vedi?

Gerry annuì, deglutendo meravigliato. Migliaia di miliardi di stelle pulsavano attorno a lui. – Il cosmo…

- Si.

Ci fu movimento. Il disco di nebbia/liquido lo stava portando in avanti. Una delle innumerevoli luci divenne sempre più grande, sempre di più, fino a diventare un oggetto che non era una stella, non era una galassia, non era nulla che la sua mente ricordasse di aver mai visto.

- Questa è una proiezione di ciò che sono, Gerry. L’Hexamonn mi consente di mostrarmi, pur nella limitatezza della tua capacità visiva.

Lui si sentì avvampare. Quella parola, la ricordava. – Hexamonn?

- Si. Ciò che hai attraversato per arrivare fin qui. Ciò in cui sei immerso. Ciò che tiene coeso e distinto ogni cosa.

E Gerry rammentò altro ancora. Un esperimento di immensa portata. Uno studio durato anni per arrivare all’essenza stessa della materia. La ricerca dei mattoni base di quel che costituisce tutto ciò che esiste.

Ricordò l’enormità del progetto. L’energia impiegata. I calcoli complessi raggiunti grazie all’ausilio di potenti computer. Le particelle lanciate alla velocità della luce.

Ma ancora non trovava la chiave. Gli sfuggiva. Cos’era Uno? Cos’era l’Hexamonn? Perché quel contatto?

E allora la sua mente fu invasa da una sequenza di informazioni. Visive e sonore. C’era tutto quel che aveva fatto, e anche ciò che non aveva mai vissuto, né saputo, ma immaginato. I suoi studi e le sue teorie, mai espresse. Le leggi della fisica a lui così care e le forze che nessuno aveva mai immaginato che potessero esistere, ma che erano reali. Le fondamenta dell’esistenza.

Vide l’Hexamonn nella sua interezza. E ne fu così colpito da arrivare a commuoversi.

Un liquido scorrere di tempo/spazio/materia puro, mai inerte, senziente e al tempo stesso ignaro, che apprendeva strada facendo ciò che era, ciò che faceva, perché e anche come doveva essere, pur non essendo vita, ma nemmeno non-vita. La base di tutto e lo scopo di ogni cosa. L’inizio e la fine dove inizio e fine erano parole prive di senso, perché l’Hexamonn era traducibile solo con una parola. Una comune parola umana. Eterno.

E Gerry pianse, infine, vedendo l’universo per quel che era. Un enorme multi-organismo dove tutto era legato dalla forza di coesione/distinzione di quel flusso. Qualcosa che sfuggiva ad ogni teoria ma che ne conteneva miliardi. In continua riorganizzazione.

E infine vide Uno.

E capì.

E sentì che Uno era compiaciuto.

- Tu… - Sibilò.

- Si, Gerry.

- Tu sei…sei…un Quasar.

- Questo è il nome che la tua specie ha dato alla mia. – Parve divertito, leggendo nella mente dell’uomo l’imbarazzo per aver dato per scontato tante cose. Tra cui la certezza che ben poco nell’universo fosse intelligente. Senziente. Vivo. Sempre nei ridotti termini umani.

Uno parlò ancora, e sembrò quasi che fosse finalmente libero di esprimersi. – Per l’esattezza, nei vostri cataloghi io sono segnalato come 3C 273. Un oggetto quasi-stellare.

Ma tu non sei nulla di questo, pensò Gerry, sei un essere vivente.

- Si, Gerry. E sono felice di aver potuto comunicare con te.

- Anche io, Uno. Pensavamo tante cose…che tu…voi, foste composti…

- Siamo molte cose, in effetti. Ma, come voi, eravamo vita più semplice. Ci siamo evoluti. Nulla nell’Hexamonn rimane stazionario.

- Avrei così tante cose da chiederti…

- Lo so. Ma non abbiamo più tempo. Il contatto sta per interrompersi. Il grande congegno che avete attivato sta per spegnersi e quando succederà, l’Hexamonn ti ricondurrà indietro. Ma è importante che questo incontro sia avvenuto. Da tempo osservavo ciò che mi circondava e desideravo poter giungere ad un contatto.

- Cosa succederà adesso?

- Nulla. L’evoluzione farà ciò che ha sempre fatto.

- Ricorderò?

- Si.

All’improvviso, una luce forte e bianca invase il suo campo visivo. Un flusso di energia lo invase e sentì come una cascata di acqua tiepida attraversagli il corpo. Nella sua mente rivide Uno nella sua splendida e abbacinante luminosità e si sentì parte di qualcosa di incommensurabile.

Poi chiuse gli occhi e un vortice di colori liquidi lo cullò attraverso il tempo e lo spazio.

Mentre si assopiva, sentì una voce accarezzargli la mente.

- A presto, amico mio.

Poi furono colori.

Poi luce.

Poi buio.

E poi più nulla.

L'altro lato di Venere

Jake scese le scale lentamente. Non c’era nessuno a quell’ora. Né donne delle pulizie, né portantini, e gli infermieri di turno erano rintanati in guardiola a sonnecchiare, o a farsi i fatti propri.

Nel corridoio che portava all’atrio centrale la luminescenza dei neon creava un effetto irreale, che misto al silenzio sepolcrale gli dava la sensazione di trovarsi in un altrove senza tempo. Senza spazio.

Uscì dalle porte automatiche e si sedette nella panchina antistante all’entrata. La notte era fulgida e piena di stelle, densa di una temperatura mite e senza umidità. Dalla strada vicina ogni tanto giungeva il rumore di qualche auto di passaggio. Probabilmente giovani di ritorno da qualche discoteca. Riportò lo sguardo verso il firmamento. Tra le varie costellazioni, nella diffusa luce cremosa della Luna, spiccava il punto luminosissimo di Venere. Rimase parecchi minuti ad osservare il pianeta, fino a non vedere nient’altro. Solo quel punto di luce che pulsava debolmente per l’effetto dell’atmosfera.

Prese il pacchetto di sigarette dalla giacca. Ne tolse una e se la mise tra le labbra. Subito, l’aroma di tabacco gli riempì le narici. E rimase così, senza accenderla. La notte parlava di favole ormai scomparse, forse dimenticate in scaffali polverosi, dentro a cantine colme di muffa. Ricordi che sbiadivano nel proseguo del tempo, che invece di consolidarne i contorni li rendeva meno visibili. Senza spessore. Quasi fotografie vecchie di soggetti ignoti. Tolse il piccolo cilindro bianco dalla bocca e lo guardò. Rivedendo se stesso alla guida della sua auto, sulle autostrade, mentre correva da un'alba a un tramonto senza altro pensiero che quello di andare. Senza sapere quale fosse la meta, perché lui una meta non l’aveva mai avuta.

“Se sei vivo, non ti serve un traguardo.” A Jake quelle parole risuonarono nella testa come un tuono sordo e continuo. Non ricordava chi le aveva dette, e nemmeno quando. Forse le aveva pronunciate lui stesso, magari in una sera di forte vento e promesse di temporale, davanti ad un bicchiere di whisky scozzese, invecchiato tanto quanto bastava a far del tempo un concetto non importante. Perché andare è vitale, ma sostare in attesa di una partenza è come sapere che dovresti già essere in viaggio e che non lo farai mai.

Si alzò e fece qualche passo in avanti. C’era una grande scultura a qualche decina di metri davanti all’entrata dell’ospedale. Qualcosa che era stato costruito per simboleggiare proprio quella struttura, ma che lui non aveva mai capito. Osservò tutte le cesellature del bronzo e l’abile lavoro di finitura. Poi si volse a guardare tutte quelle piccole fessure scure o semibuie incastonate sull’immensa facciata dell’edificio. Come sguardi vitrei, se non ciechi, della sofferenza che portavano. Forse la scultura doveva rappresentare la speranza.

Ritornò sui suoi passi, lentamente, senza aver compreso. Ripose la sigaretta nel pacchetto e rientrò all’interno. Con la sensazione di staticità che solo la mancanza della parola “domani” può donare.Era da poco passato il primo giro di terapie. Le sei del mattino, circa. Il viavai ricominciava, l’ospedale riprendeva vita. All’interno della capsula di morte che faceva da funesto corollario.

Jake era seduto nella poltrona di fianco al letto. Le mani incrociate sul grembo. I fili pendevano da diversi treppiedi e la macchina mandava un segnale costante, sempre uguale. Segnalava che il cuore batteva. In quell’irreale movimento tipico del coma. La figura nel letto era ferma. Solo osservando attentamente, Jake poteva cogliere il leggero movimento del torace. Ma nulla più.

Si sforzava di capire perché stesse succedendo, ma non c’erano appigli razionali che riuscissero a spiegarlo. E aveva ancora nelle orecchie le voci dei medici quando, sei mesi prima, non avevano saputo dire altro che “purtroppo non si può fare altro che aspettare”.

L’uomo aveva un’espressione fissa. Con quelle palpebre chiuse, senza movimento degli occhi. Una mente che non sognava. Bloccata in un limbo dove il tempo aveva smesso di esercitare il suo rollio. Un’espressione anche invecchiata. Cerea. Quasi una statua. Una specie di silenzioso monumento al nulla.

Sei mesi. Come sei anni. Sei secoli. Jake ormai non ricordava più la figura come era prima, come se qualcosa, in quel periodo, fosse andato perduto.

Ricordava però il via vai continuo di gente a quel capezzale. Parenti, amici, persino semplici conoscenti, tutte persone che sarebbero rimaste il tempo di un amen. Perché poi, alla fine, ci si stanca del dolore. Degli ospedali. Di una situazione che vegeta, che arranca, che non si smuove mai da uno stato di morte apparente. Che morte non è. Ma che di morte odora. E Jake era rimasto solo. Solo ad osservare la figura nel letto. L’uomo un tempo vivente e ora sospeso in un oscuro universo misterioso.

Eppure Jake sapeva dove si trovava. Ma nessuno poteva capirlo. Nemmeno i dottori. I petulanti camici bianchi che già si erano espressi in modo incredulo dopo l’arrivo in ospedale. “E’ incredibile che non abbia riportato fratture di nessun tipo con uno scontro simile. Il colpo contro il parabrezza è l’unica ragione che possiamo addurre per spiegare questo stato di coma. Ma ha una fibra forte…” Si, come no.
Forte come sei mesi senza muovere un singolo muscolo. Forte come un silenzio nero, senza sonno reale, senza sogni né incubi. Una specie di manicomio grigio e perverso.

Le ore passavano. Passò anche la colazione. Come ogni giorno. Ma non si fermò in quella camera. Colazione, pranzo e cena erano una flebo a penzoloni da un treppiede. Cambiata ogni quattro ore. Regolare e costante come lo scorrere del tempo. Piatto come il macilento passo della morte che si avvicina.Jake non lavorava più. Non ricordava nemmeno quando aveva smesso. E non ricordava di aver dato né dimissione, né periodo di aspettativa. Aveva persino dimenticato che lavoro fosse. Quella situazione lo stava sfinendo, ma non poteva esimersi dal continuare a stare lì. Anche se non capiva. Anche se man mano che i giorni e i mesi scorrevano, tutto apparisse sempre più illogico e insensato.

La figura non si sarebbe mossa mai più. L’uomo sdraiato nel letto presto o tardi avrebbe smesso di sopravvivere, adagiandosi tra le braccia di una fine che tardava sadicamente ad arrivare. Ma che sarebbe giunta, su questo non c’erano dubbi. Lui rimaneva lì. Ad osservare cambiamenti che non arrivavano e ad ascoltare i bisbigli assurdi e incolori di chi transitava di lì. Per caso, per lavoro, o per qualsiasi altra misteriosa forza d’inerzia.

Si guardò le mani. Ceree. Non ricordava da quanto tempo non si specchiava, e forse non aveva importanza alcuna. Sapeva di aver perso contatto con se stesso e con ciò in cui aveva creduto, perso il senso di una realtà che gli appariva sempre più fatiscente, distante, distorta. Si alzò dalla poltrona e si avvicinò alla porta. Un’infermiera entrò, passandogli accanto senza nemmeno vederlo. Già, e come avrebbe potuto? Lui non esisteva. La notte era calata di nuovo. E con essa il silenzio. Quello reale. Non quello che sentiva lui. Il suo era diverso. Macchiato da oleosi contorni, esso lo tratteneva in quel cammino immobile che non aveva nulla di vivo. E nulla di morto.
Era di nuovo seduto sulla panchina, ma come ci fosse arrivato, non lo ricordava.

Il cielo era stellato e ancora una volta la Luna splendeva alta. Jake sapeva che lassù, da qualche parte, esisteva una risposta a domande che attendevano da un’eternità, ma era anche cosciente che nessuno ne avrebbe mai avuto accesso. Eppure, c’erano piccoli segnali che potevano essere dei piccoli palliativi a quei quesiti. E osservò Venere. L’astro più brillante del firmamento, dopo il grande satellite terrestre. Quel pianeta era un monito. Un avvertimento. Magari non una risposta, ma semplicemente, si, semplicemente un esempio calzante di quel che stava accadendo alla sua esistenza.

Venere era ingannevole, con la sua luce fulgida.

Sotto a quelle nubi dove il sole si specchiava, giaceva un mondo infernale, scosso da tempeste continue e piogge eterne di acidi, martellato da una temperatura asfissiante. Un sistema bloccato dentro ad un calderone senza fine, senza risultato, senza nessun recupero. Inamovibile nella sua furia.

Un’apparenza di vita e di luce che avvolgeva la morte.

Ripensò al corpo nel letto, in quella stanza, qualche piano più sopra. In apparenza vivo, ma in realtà già morto. Senza consapevolezza alcuna di questo stato. Perché lui sapeva che l’altro non sentiva. Non poteva. Assisteva alla sua fine senza che nulla potesse distoglierlo dall’osservare.

Guardare il proprio corpo spegnersi minuto dopo minuto. Solo questo poteva fare Jake.

Fermo su una panchina ad osservare Venere invadere una porzione di spazio con la sua luce.

Mentre sotto le nubi, dentro a quel corpo, il suo, l’inferno si scatenava senza sosta, annichilendo tutto.

Fino a che non sarebbe rimasta che una patina debole di luce. Ingannevole.

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