Gardenio Granata, Dante tra Ulisse e Adamo: alle frontiere del proibito [Inf. XXVI – Par. XXVI]

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Gardenio Granata, Dante tra Ulisse e Adamo: alle frontiere del proibito [Inf. XXVI – Par. XXVI]

La Sacra Scrittura (Eccl. XXIV, 1, 5) aveva lodato il desiderio di conoscenza: Nel Vangelo di Matteo [19, 29] Cristo così dice: «Et omnis, qui reliquerit domum vel fratres aut sororem aut patrem aut matrem aut uxorem aut filios aut agros propter nomen meum, centuplum accipiet et vitam aeternam possidebit». Secondo alcuni studiosi i due passi relativizzerebbero l’eventuale rilevanza “penale” del gesto di Ulisse, lasciando in ombra quel fondamentale “propter nomen meum” colto in tutta la sua dirompente “alterità” da Dante per il quale quel “viaggio” inalbera il pericoloso vessillo della “mundana sapientia”.

Del resto il “De imitatione Christi”, I, XXIII contiene un’affermazione non certo irrilevante: «Qui multum peregrinantur, raro sanctificantur!». Il contrasto stesso tra gli antichi commentatori esprime la duplicità del personaggio; cosa questa palesemente manifesta nelle divisioni fra i successivi commentatori intrappolati nella medesima “impasse” critica suffragata dall’anacronistico duello esegetico tra “innocentisti” e “colpevolisti”. Si rifletta su questo passo del commento latino di Benvenuto da Imola: «et […]potius eligit vivere gloriose per paucum tempus quam diu ignominiose».

Nel medioevo cristiano l’aggettivo “sapiens” non implicava di necessità un giudizio morale esclusivamente positivo. L’affermazione posta da Dante all’inizio del Convivio con cui Aristotele apriva la sua Metafisica: «Sì come dice lo Filosofo nel principio della prima filosofia, tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere», presuppone una fondamentale distinzione tra “vera sapienza”, rivolta a Dio (cfr. Geremia, [spesso citato da Dante], IX, 23-24: «Haec dicit Dominus: non glorietur sapiens in sapientia sua. Sed in hoc glorietur, qui gloriatur: scire et nosse me, quia ego Dominus sum»), e la “vana sapienza” intesa quale “inanis scientia” innescante una “curiositas” già invisa ai Padri della Chiesa e ai teologi “scolastici”.

Siamo al cospetto di quella “sapientia mundi” che San Paolo apostrofa come “stultitia apud Deum” (I, Ad Corinthios, III, 19). L’antico eroe omerico, il “fandi fictor” di virgiliana memoria, incarnerebbe per Dante le contemporanee figure dei “sapientes mundi” legati più o meno manifestamente a quell’averroismo radicale già avvertito nei suoi difettivi sillogismi. Emblematico il naufragio del Laerziade, messosi «per l’alto mare aperto», con la sua “corta vista” senza l’ausilio di bussole divine.

L’antica frode onomastica verso Polifemo qui assume paradossalmente il senso di un’identità vera e propria. Ulisse è davvero “Nessuno” in un mondo «sanza gente» (abitato da anime e non da corpi), e alla stregua d’un qualsiasi improvvido “turista” ha voluto avventurarsi senza guida. Dante proseguirà per lui. L’impressione è che Ulisse dovesse finire così in quanto superato dal tempo della redenzione. Il nuovo itinerario è solo quello della mente verso Dio.

Per il grande Fiorentino è il commiato al vecchio se stesso, le cui spoglie restano nell’Inferno punite in Ulisse per una “libido sciendi” troppo umana e “mondana”. Il simbolo ulissiaco nella sua assoluta radicalità deve dunque assolvere al compito fondamentale di rappresentare il senso dell’oltranza e dell’oltraggio di un intellettualismo cui è ignota la “verticalità” dell’itinerario dantesco. La conoscenza «de li vizi umani e del valore» è agevolmente assimilabile a quella “del bene e del male” e finisce con il riproporre Ulisse nella figura di Adamo, nel peccato originario della conoscenza quale sfida a Dio.

La parola “gustare” transita nel testo dantesco, dove però, per la smisurata dilatazione dei suoi esiti, sembra evocare la risonanza di un altro “gustare” dagli effetti rovinosi, quello di Adamo in due occorrenze del paradiso: «Or, figliuol mio, non il gustar del legno / fu per sé la cagion di tanto essilio, / ma solamente il trapassar del segno» (XXVI, 115-117); poi con riferimento ad Adamo da parte di San Bernardo di Chiaravalle: «È il padre per lo cui ardito gusto / l’umana specie tanto amaro gusta».

Ora, sia la collocazione “simmetrico-numerica” dei canti XXVI Inf.-Par., sia lo stretto rapporto fra il trapassar del segno e l’aggettivo ardito, non possono non richiamare alla mente la figura di Ulisse: il limite fissato alle possibilità conoscitive dell’uomo è stato divelto da personaggi assai diversi ma coinvolti entrambi nella stessa folle brama di conoscere le radici del “bene e del male”; ambedue incarnazioni proiettive di una filosofia che aveva calamitato nella sua sfera d’influenza anche il giovane Dante per il tramite del solito “grande assente” della Commedia, quel Guido Cavalcanti seguace dell’averroismo radicale, vale a dire il pensiero tutto orientato verso una “mundana sapientia” integralmente scevra da prospettive escatologiche.

Dante ha scelto di star contento al “quia”, lontano quindi da un pernicioso ardore conoscitivo e per riuscirvi si cala in un “rivisitato” Glauco il cui mutamento si traduce in emblema di una metamorfosi interiore che lo propone quale eco antifrastica del gesto vuoi del primo uomo, drammaticamente pedissequo verso la fallace promessa del serpente del Genesi, vuoi dell’eroe greco, recitando all’inizio del “volo” paradisiaco una “orazion picciola” ai lettori-marinai di tenore opposto a quella ammaliatrice della sirena-Ulisse rivolta ai compagni di un “viaggio al termine della notte”.

Adamo e Ulisse hanno voluto essere “sicut dii”; troppo calati nella corta vista umana, Ulisse diviene per quei muti frati di “cento milia perigli” quel che la demoniaca serpe è stata per Adamo, e quest’ultimo, con il suo trapassar del segno, ha fatto naufragare l’intera umanità nel mar “sì crudele” delle sventure e del dolore, greve eredità per i figli dell’uomo.

Dante prende le distanze da gesti e scelte cui va imputato l’aver precipitato l’umana natura nella palude dei vizi, e lo fa cancellando in sé e da sé qualsivoglia traccia mortale onde condividere la sorte delle anime beate in un “bagno” d’ineffabile gioia. «Trasumanar significar per verba non si porίa», e così, consapevoli che tale condivisione si effettua dentro il linguaggio e non è possibile che il linguaggio la dica, ci fermiamo in attesa…

Prof. Gardenio Granata
13 Novembre 2021

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