Gardenio Granata, Il fascino pericoloso dell’antica strega [Purg. XIX]

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Gardenio Granata, Il fascino pericoloso dell’antica strega [Purg. XIX]

Siamo davanti ad una figura incentrata sull’enigmatica sospensione interiore di un sogno repellente! L’esperienza onirica dell’agens, nella quale assume una dimensione drammatica la suadente attrazione del peccato – “la femmina balba-serena” – smascherata nella sua turpe oscenità dall’intervento della “donna santa”.

La “femmina balba” è una plastica allegoria di tre peccati (avarizia, gola, lussuria) dovuti allo smodato amore verso i beni terreni. La “femmina” (si noti il valore repulsivo e diminuito del nome, antitetico all’eletto e celestiale “donna”) è simbolo di una realtà umana distorta e mutilata: la balbuzie è manifestazione sensibile di un’ambiguità interiore, del nascondimento malizioso dell’errore; l’infermità visiva, che non è cecità profetica, allude all’impotenza di scorgere il vero, e quindi è indizio di falsità; le altre menomazioni accentuano una fisionomia mostruosa e degradata, sinistramente smorta.

Dante dunque guarda la “femmina”, quasi per un’inconscia attrazione dell’orrido. E quello sguardo ha un effetto magico (una contraffazione del miracolo): le fredde membra rinvigoriscono e si sciolgono d’ogni orrorifica bruttura per assumere sembianze allettanti. Per dirla in termini psicanalitici, è un caso di lampante proiezione inconscia, che supera la censura etica per dar vita e forma al desiderio, agli impulsi più nascosti e inconfessabili.

L’episodio della “femmina balba” indica come il controllo razionale possa facilmente venir meno di fronte alla tentazione e quanto la dottrina di Virgilio sia limitata e fragile, qualora non venga sorretta dall’aiuto trascendente della grazia. La trasformazione della “femmina balba” in “dolce serena”, per effetto del dello sguardo amoroso di Dante, ha una sua immediata significazione. Si tratterebbe del piacere sensuale, nel suo duplice aspetto orroroso e attraente: tutto il sogno avrebbe un senso erotico, mostrando nella dinamica delle figure la repressione etica dell’impulso sessuale.

Ma le parole della sirena complicano notevolmente il discorso: ella dice di aver sviato Ulisse dal suo cammino, cioè dal ritorno in patria, mediante l’incantesimo della voce, il fascino allettante delle sue promesse, le quali tanto appagano chi se ne fa schiavo che raramente può poi liberarsene. Ma cosa promette la sirena ad Ulisse? Dante, che non conosceva l’Odissea, ricordava certamente le osservazioni di Cicerone nel “De finibus” (V, 48): «Le sirene promettono ad Ulisse la scienza, più cara della patria a lui bramoso di conoscere le cose del mondo».

Non si tratta, dunque, semplicemente del piacere sessuale, ma di un’attrazione più vasta e sottile che coinvolge la prostituzione dell’intelligenza, perché la voluttà smaniosa di sapere è già trasgressione etica, “curiositas” e “scientia mundi” fatalmente devianti. Ora Dante nel sogno viene a trovarsi nella stessa situazione di Ulisse, subisce il fascino di quella sirena proprio da lui alimentato con la forza di uno sguardo peccaminoso, con il calore di un amore irrazionale; la sirena è la proiezione di una sua libidine di possesso, non solo sessuale ma anche intellettuale.

Le sirene sono i falsi beni terreni che sviano l’uomo dal suo cammino, dal ritorno nella vera patria celeste. La “femmina balba-serena” non è dunque la sensualità, ma la mondanità, la falsa e indegna amante del poeta, che ha tradito la “donna santa” (Beatrice). Il canto della sirena è sì piacevole, ma dismaga e volge dal retto cammino; inoltre è pura apparenza, perché la sirena è una femmina “balba”, l’esatta antitesi della donna beata e bella che parla “soave” e “piana” e con “angelica voce”. Il suo sarà un intervento soprannaturale se Virgilio, guida razionale, si rivela impotente ad aiutare Dante nel momento della tentazione.

Solo la donna santa può “confondere” la sirena e indurre la guida a strapparle di dosso i drappi, mostrando dietro l’apparenza sontuosa l’orrore repulsivo del ventre. Il “puzzo” che ne fuoriesce è termine metonimico-sacrale della tradizione cristiana per indicare non solo la concupiscenza della carne, ma genericamente la putredine del peccato, in antitesi con il profumo paradisiaco della santità…

Prof. Gardenio Granata
14 Novembre 2021

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