Gardenio Granata, Under-Over

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Gardenio Granata, Under-Over

Si chiedeva, Julius, come avesse fatto a rovinare la sua vita – eppure lo sapeva – ma gli sembrava una spiegazione troppo banale. Intanto frugava nelle tasche alla ricerca di qualche moneta, come se in esse ci fosse chissà quale impossibile rinascita. Continuava a ripetersi che aveva sbagliato, che aveva perso tutto ed era uno schifo sopravvivere così.

Si era ritrovato quasi per caso davanti all’ossarietto dei suoi e gli era venuto in mente un tempo ormai lontano di cui ricordava cocciutamente solo amarezze. Aveva da poco varcato i fatidici ‘anta, Julius, e ne avvertiva ogni giorno il peso. Da tempo non sapeva più l’ebbrezza dell’amore, le donne le pagava, con indubbia signorilità e gentilezza, per stare un po’ con lui e ne usciva con un senso di rimpianto e sconfitta.

Ma non sempre i soldi bastavano per quell’effimera illusione di un’ora scarsa. Un’ansia permanente o quasi lo divorava appena cercava di riproporsi una vita normale; era tardi – pensava – per scalare il baratro in cui s’era lasciato precipitare pur sapendo quanto fosse terribile e devastante rincorrere una fortuna ambigua e sgusciante. A volte si diceva, come se potesse giustificarlo, che le delusioni dei fallimentari rapporti con le donne l’avevano spinto a trascinare l’esistenza da un’agenzia di scommesse all’altra, invasato dal demone del gioco.

Un tempo che avvertiva lontano ricordava d’aver amato libri e studi e di aver anche scritto cose di livello – quei testi riempivano ancora la sua casa – di essere stato un conferenziere apprezzato, mentre adesso nessuno gli chiedeva di tornare a incantare le platee con quell’oratoria limpida e possente. Ricordava le cravatte scelte per presentarsi al pubblico in “tenue de ville”, le giacche, le camicie perfettamente intonate, le scarpe lucidate e la barba curata. Ora, guardando indietro, gli sembrava di vedere una persona che aveva vissuto una vita molto diversa dalla sua. Da molti anni assumeva psicofarmaci leggeri per trovare una calma e finta serenità che svaniva appena le circostanze lo assediavano.

Tutto era iniziato come una gara di abilità, una dimostrazione di conoscere lo sport quanto le discipline seriose di cui aveva dovuto occuparsi come docente. Però il gioco, novello Crono, divora i propri figli. Lentamente Julius si rese conto di parlare soltanto con chi, come lui, condivideva quella insana passione. Gente che mai avrebbe pensato di frequentare, erano divenuti i suoi interlocutori: partite “saltate” all’ultimo minuto, under “scritti” trasformatisi brutalmente in over, pareggi impensabili, vittorie e sconfitte clamorose, insomma un lamentarsi continuo e l’invidia livida verso i vincenti. L’umore ne risentiva come il portafoglio! Poi alla fine tutto sembrava evidente e si chiedeva come non avesse pensato a quegli esiti. Qualche partita in meno e una manciata d’euro in più lo avrebbero salvato.

Col passare del tempo s’accorse di trovare nella lettura meno interesse e stimoli e pur comprava libri che sperava di leggere. In genere evitava di parlare con le donne che frequentava di questa ossessione, a volte mentiva adducendo impegni inesistenti per recarsi in agenzia con foglietti accartocciati su cui aveva scritto la fortuna sognata. Julius, fin da giovane, aveva conosciuto il sapore amaro dell’inquietudine. A poco a poco le dure esperienze della vita l’avevano indotto a elaborare una visione del mondo problematica e certamente non “solare”.

Entusiasmi e conclusioni pessimistiche si erano alternati scavando un solco che lui avvertiva ne avrebbe determinato il destino. Eppure c’era stato un tempo in cui non si era consegnato alla schiavitù del gioco, anni ormai lontani le cui ferite provenivano da amori falliti, illusioni sentimentali scivolate nel fango della noia e dell’incomprensione.

Voleva cambiar vita, ma una forza prepotente lo allontanava da tal proposito, e subito l’edicola del giornalaio diventava il tempio in cui genuflettersi aprendo i settimanali di pronostici che raramente lo convincevano. Se guardava le giovani donne era solo per calcolare quanto gli sarebbe servito per comprarne i favori. Gli pareva strano aver sofferto o gioito per amore, sebbene spesso si affacciassero alla memoria volti e corpi che l’avevano irretito sino a fargli sognare una vita di coppia tramata di un eros affettuoso. Soffriva Julius di una solitudine totale, la grande casa dove bivaccava tra una selva di libri gli faceva ricordare le donne che vi erano entrate e i veleni sparsi qua e là da assurdi litigi o angosciosi mutismi.

Non vi era centimetro rimasto pulito da bavose rincorse verso una felicità inarrivabile. A volte vi ripensava con gli stessi parametri del gioco: sarebbe bastato rinunciare a qualcosa e la “barca” non sarebbe affondata. Era, si diceva, sempre un problema legato al troppo chiedere ad una sorte più propensa all’avarizia…Ricordava, in quei momenti, come il suo amato Seneca, per motivare il suicidio, parlasse di “fortuna suspecta”, la sorte avvertita non più attendibile né affidabile.

 

Capitolo II: Sogni ad occhi aperti

Era una mattina grigia quasi opaca. Julius preparava stancamente i libri che avrebbe usato in classe, controllava ci fosse tutto, mentre la prima sigaretta empiva lo studio di un odore acre, di tabacco forte. Si sentiva lontano da ogni cosa, estraneo e in modo meccanico indossò il soprabito come se dovesse proteggersi. Andò in camera, guardò la donna che occupava il letto e pensò da quanto tempo non faceva più l’amore con sua moglie. Si vide in una vecchia foto incorniciata e stupito s’accorse di essere sorridente accanto alla donna, ancora bella, che in quel momento s’era girata dall’altra parte per cercare, forse, gli ultimi brandelli di sonno.

Per quale arcana magia, si chiese, c’era stato un tempo felice adesso così remoto, come stesse vedendo altre persone. Avrebbe voluto toccarla, quasi a sincerarsi esistesse e dirle che gli dispiaceva per quell’antica felicità dileguata… ma ritrasse la mano, si sedette sul bordo del letto. La sveglia ticchettava frenetica, era tardi, bisognava pur andare; si avvertì solo. Il mondo fuori gli era indifferente. Lo avrebbero atteso, poi cercato, avrebbe risposto di sentirsi la testa pesante e un po’ di febbre. Ripensò allora a quando con lei sulla neve fresca si lanciavano sullo slittino, il verde dei pini appesantiti dal ghiaccio disegnava una cornice di pace… gli parve di risentire il sorriso di lei che si stringeva ai suoi fianchi nell’ebrezza della discesa, un abbraccio quasi per scampare al pericolo di una rovinosa caduta.

Ma lei dormiva, un sottile affanno si percepiva dalle coltri in cui s’era sepolta, solo una sagoma indecifrabile appariva a Julius e un nodo gli strinse la gola; mai, come in quell’istante, capì che si erano persi, errori e incomprensioni, attese deluse si mescolavano senza tregua. Finalmente si alzò e decise di presentarsi ugualmente nel vecchio Liceo dove da anni insegnava come l’uomo si eterna, mentre lui sapeva in questo lungo sforzo aver consumato se stesso e le speranze della vita. S’era messo a piovere e julius guardava le vie del centro quasi deserte. Pochi passanti frettolosi s’infilavano in anonime botteghe per ripararsi. Avrebbe voluto fermarsi, entrare e sentirsi a suo agio in quei luoghi noti, tante volte sfiorati da una occhiata rapida, inconcludente.

Gli tornarono alla mente le passeggiate domenicali assieme a sua moglie che suscitava desideri negli uomini che la guardavano e nelle donne una malcelata invidia mentre per lui si trasformavano in tappe di una via crucis muta, senza ferite visibili, nell’animo un’implacata sensazione di vuoto. I capricci della moda non lo avevano mai interessato anche se capiva che il mondo cambiava e chiedeva di adeguarsi. Si ricordò di quei momenti e aridi stati d’animo mentre pedalava verso un’altra mattina uguale alle altre da consumato istrione. Avrebbe parlato di dissidi interiori, di magiche metamorfosi a studenti che pur lo apprezzavano anche se avvertivano che l’uomo era occultato chissà dove, sospeso tra favola e realtà. Si rivide ragazzo incoscientemente allegro, come quando cercava con successo d’imitare la mimica e il cipiglio dei suoi insegnanti, provando per loro una certa amarezza nel vederli invecchiare fra quei testi tante volte sfogliati, richiesti, martoriati. Si trovò ad invidiare gli studenti perché erano giovani, pensò alle tante vicende ignote e inattese riservate loro dal futuro, come la vita li avrebbe cambiati, intanto lui sentiva accusatorio il passato e del futuro non sapeva che farsene, bramandolo e temendolo.

Faceva freddo nell’aula, un brivido lo percorse tutto, uscì, se lo avessero cercato sarebbe tornato presto. Percorse gli androni incrociando talora qualche collega cui rivolse cenni senza identificarli, s’infilo nel bagno, si vide nel piccolo specchio. Avrebbe voluto starsene chiuso lì a pensare e così fece per un po’. Si affacciarono alla mente senza una logica precisa immagini di anni in cui lo specchio rifletteva un volto diverso, meno scavato. Julius ebbe la sensazione che la sua vita tornasse indietro, risucchiata da quel pezzo di vetro, fu sul punto di lasciarsi rapire verso un passato lontano in cui altre erano state le tensioni, altri gli stati d’animo. Accese stancamente una sigaretta e avvertì una sorta di indecifrabile nostalgia per un tempo allora ricco d’avventure e in cui i fallimenti si sopportavano meglio o forse credeva e voleva fosse così.

 

Capitolo III: Julius e il suo viaggio nel passato. Un mondo sotto-sopra

Il fatto certo era che in quelle immagini sfocate si ricordava vitale e forte. Ritornò mestamente verso l’aula. Vi rientrò imbarazzato e stanco. Le parole che ancora gli riuscì di pronunciare erano distaccate e malinconiche quasi avesse perso un’occasione per un viaggio a ritroso ormai impellente. Aveva girato mezzo mondo, conosciuto uomini e cose, gli pareva assurdo non poter parlare che di ciò che lo opprimeva. Attese con rassegnazione finissero le ore e quando uscì dal Liceo si fermò in un bar dove non era mai entrato, si sedette guardando i pochi avventori ed un sottile piacere lo invase sapendosi sconosciuto.

Da tanto tempo gli balenava nella mente un tagliente bisogno di ripercorrere gli anni trascorsi , di ridare volto e parola al silenzio delle idee e delle emozioni. Sapeva che poteva rimanerne irretito, ma la convinzione che la solitudine l’avrebbe inghiottito comunque lo indusse ad abbandonare timori e remore. Scorse, quasi casualmente, un uomo invecchiato che beveva un caffè. Era stato amico di suo padre, avevano lavorato assieme per anni; lui, Julius, lo ricordava bene anche il giorno del funerale mentre il prete pronunciava parole tante volte ripetute per la morte di un uomo, come se innaturale fosse la vita e non sparire così nel nulla, lasciando a chi restava il tentativo inutile di spiegarsi il mistero. S’era ammalato ancora abbastanza giovane, suo padre.

Lo aveva visto spegnersi e ne conservava un acuminato ricordo. Lo avevano calato in quella fossa di terriccio smosso con gesti meccanici, perfetti nell’esecuzione di un rito quotidiano. Julius ebbe paura. Quelle immagini ne richiamavano altre da anni con fatica incarcerate in qualche anfratto oscuro della mente, ma vanamente. E così rivide Marta, la splendida donna colombiana che gli aveva dato un figlio. Alle prime luci di un’alba buia ricomponevano il suo corpo, lo rivestivano prima di essere strappata al suo amore di uomo. L’aveva conosciuta ad uno di quei tavolini variopinti di Sabana Grande a Caracas, dove era andato a tenere un corso di letteratura mondiale presso l’Universidad “Simon Bolivar”.

Faceva caldo quella sera e forse l’atteggiamento di Julius tradiva l’insicurezza di sentirsi così lontano, oltre l’oceano, tagliati i legami banali dietro i quali aveva nascosto le ataviche paure di scoprirsi veri in una ripetuta giostra di falsità e corruzione, alla ricerca della parte migliore di sé in un mondo nuovo, affascinante, aggressivamente pericoloso. Quella giovane donna dai lineamenti marcati che ne rendevano il volto di una durezza irresistibile, sul quale il trucco cercava d’ingentilire uno sguardo accattivante e amaro insieme.

Lei lo osservava come dovesse misurarne l’umanità. Lui, Julius, sentì non trattarsi del solito antico gioco delle occhiate, non poteva essere una delle eleganti prostitute che spesso adescavano la loro clientela nei caffè, non riusciva a spiegarsi il motivo di una così insistita attenzione verso di lui. E l’imbarazzo cresceva quasi avesse dovuto giustificarsi di qualcosa. Avrebbe potuto alzarsi, pagare e andarsene, ma restò. Avvicinarsi e chiederle il perché gli pareva offensivo e pensò essere forse solo una desiderosa di farsi notare pur essendo lui il primo a non esserne convinto. Aveva capito abbastanza presto che al tropico gli umori e le passioni deflagravano con meno censure e complicazioni che nella vecchia Europa.

Per non farsi fagocitare dalla solitudine dello straniero s’era lasciato andare a svariate avventure “sin problemas”; non si era coinvolto con quelle bellezze locali se non nella carne che gridava il bisogno di essere stretta e quasi ferita in amplessi frenetici figli di una “sangre caliente”. Eppure quella donna strana pareva risvegliare in lui la voglia di dire come si è davvero a costo di spezzare la cortina spessa degli amori egoisti. Lei gli si avvicinò inaspettatamente, aggressiva e felinamente dolce; fu per Julius come se tutto quel mondo rutilante di colori, sogni, miserie, disperate contraddizioni gli si offrisse per essere finalmente capito ma con il cuore.

 

Capitolo IV: Marta e i fantasmi di Julius

«So chi sei. Insegni all’Università, – furono le sue prime parole in un castigliano rapido e deciso in cui non tremava alcuna emozione – di questa parte di mondo hai conosciuto solo la carne che si offre, non quella che patisce; tu ti nascondi dietro il tuo disincanto di europeo sazio e deluso».

Julius rimase allibito (e gli venne in mente Beatrice quando alla fine del purgatorio rimprovera aspramente Dante sino a farlo piangere), non riuscì a rispondere e lei continuò severa: «Pensi che sia bastato qualche corteo di protesta nel tuo Paese per darti una patina di eroismo? Qui l’ingiustizia aleggia come uno spettro, si consuma ogni giorno nell’umiliazione della povertà, dei bambini che cercano di sfamarsi raccattando negli immondezzai qualcosa che somigli a cibo umano. Vivo a Cartagena des Indias, sono una ginecologa, la mia sfida sono pronta a pagarla con la vita».

Poi di scatto strinse la mano di Julius e lo portò con se nella toilette delle donne. Si tolse la camicetta e gli mostrò i segni della tortura subita. Il suo seno stupendo era attraversato da una profonda cicatrice. Julius uscì dal bagno in preda ad una agitazione fino ad allora ignota. Lei lo guardò finalmente tenera: «Ti ho parlato così perché sento che puoi capire e poi…poi mi piace il tuo modo di guardare». Si fermò abbozzando il primo sorriso vero che Julius avesse visto da anni.

Lui le prese le mani e le baciò. Avrebbe voluto dire mille cose, ma le parole di quella donna e la scena cui aveva assistito erano entrate come una lama. «Vamos a ver pronto» sibilò Marta e si allontanò, sandali in mano, nella calda notte del tropico. Julius avrebbe voluto seguirla ma capì non essere il caso. Tentò di analizzare con calma quell’incontro inatteso ma non ne fu capace. Si sentiva percorso da brividi sconosciuti.

Prese un taxi e volle salire sulle colline attorno Caracas. Passò tra le baracche e quell’umanità dimenticata e oppressa lo spaventò. Se ne tornò a casa e sul terrazzo del suo appartamento Julius non riusciva a trovare pace. Vedeva dall’alto e da lontano brillare luci diffuse su quelle colline. Si sarebbe potuto scambiarle per villette signorili, erano invece luridi e miserabili tuguri di “indocumentados”. Il cielo della grande città era rosa – violaceo , l’odore acre delle piante e dei grandi fiori tropicali gli ricordava quello della donna di Sabana Grande. Adesso si sentiva capace di parlare, ma lei non era lì. Voleva convincersi che in fondo lui era in quel luogo per spiegare Shakespeare, Milton, Dante… Che cosa avrebbe dovuto fare? Si ricordò improvvisamente degli anni dell’Università a Bologna, delle occupazioni, delle cariche della polizia, delle assemblee; anni lontani in cui gli pareva d’aver fatto la sua parte.

Ma la cicatrice di Marta lui non l’aveva! Le sue ferite erano vecchie storie di donne, frasi amare lanciate come coltelli in un gioco al massacro senza vincitori. Delusioni di amicizie spente nell’ipocrisia; la nausea di cadaveri ideologici travestiti da utopie, il malgoverno di sempre ad opera di un manipolo di incapaci e corrotti, le incomprensioni familiari, l’Università come una casta a tutela del privilegio professorale, con studenti proni alle baronìe per la carriera; per tutto questo se n’era andato sperando di rifarsi una verginità e adesso quella donna lo aveva investito come un “tornado”, gli aveva insinuato il dubbio di essere inutile. In quel turbinìo di pensieri e immagini, pensò che Marta era bella; si addormento con il suo odore sulle mani.

 

Capitolo V: Marta e Julius

La prima luce entrò nella sua stanza e trovò Julius immerso in una indomabile inquietudine. Perché proprio a lui quelle “sciabolate”? Non era forse un’utopia anche quella d’indossare i panni logori del giustiziere in un Paese sconosciuto e lontano? La sua vita la sentiva rovesciata dalle parole brucianti di Marta. Il difficile e sempre precario equilibrio cui a fatica s’era aggrappato in quei mesi a Caracas vacillava.

Era come se l’avesse coinvolto in una scelta sui “massimi sistemi”: l’ingiustizia, l’oppressione, lo sfruttamento, le donne costrette dalla miseria a darsi; quanto ne aveva discusso a suo tempo, sapendo che non avrebbe potuto cambiare il mondo e che lui se ne sarebbe tornato a casa, semmai in compagnia di una donna per nascondere negli amplessi l’orrore del vuoto e le deluse illusioni di una vita che aveva sognato diversa e più umana.

Ma adesso pareva quasi un tradimento, la crudeltà disumana era attorno a lui, la supposta isola felice sprofondava e poi quella donna conosciuta per caso lo aveva denudato e affascinato. Provò a pensare a lei. Si rese conto che Marta era entrata nella sua vita… La immaginò accanto a lui in attimi di tenerezza pagana. Cominciava a desiderarla. Mai, prima d’allora, nonostante le non poche donne conosciute, gli era riuscito di sentirsi invaso da una figura femminile avvertita umanissima e forte, coraggiosa e passionale. Si ricordò, Julius, della bellezza “costruita”, delle tante volte in cui avrebbe desiderato un dialogo vero, senza finzioni e secondi fini. A prevalere era invece una caccia spietata alla carnalità sensuosa di estasi effimere. Poi tutto rientrava nelle spire del quotidiano invadente e amorfo.

Lo colse l’ansia pensando a quando e dove l’avrebbe rivista. Trascorsero alcuni giorni in cui si guardava attorno per tentare di vederla. Ogni sforzo si rivelò vano. Poi una telefonata mattutina di lei gliela restituì. Fu sul punto di dire le consuete banalità, ma si fermò. «Non so perché tu ti sia esposta così con me, posso solo dirti che dopo quella sera non so immaginare una vita normale, una vita in cui non ci sia il tuo coraggio. Aiutami ad esistere davvero! Può accadere solo con te». Pronunciò queste parole quasi con frenesia. Dall’altra parte, con la decisione già sperimentata, udì «Esperame Julius». Il click della cornetta gli entro nell’animo come un bisturi.

Se il tempo aveva un senso – pensò – l’aveva unicamente perché poteva riempirlo aspettandola. Finalmente arrivò. La prima cosa che gli disse fu che era stanca, si tolse le scarpe e si massaggiò i piedi. Julius la guardava in quel gesto e lei sorrise. Gli chiese se lì erano in un posto sicuro. Julius intuì essere iniziata per lui una vita “nuova”. «Perché cosa temi?» Chiese turbato, «Le persone come me sono sempre in pericolo, seguite, sono venuta a Caracas per trattare un grosso rifornimento di armi, è più di un mese che ci vivo spostandomi di continuo. So cosa stai pensando, ma ti dovrai abituare».

Quelle parole perentorie spinsero Julius a chiedere se anche lui avrebbe dovuto imparare ad usarle. Lei sorrise ancora, ma con più durezza. Il suo sì secco lo fece rabbrividire. In Colombia c’era la guerriglia contro un governo dittatoriale e feroce. Non sarebbe stata una vacanza ma una lotta. Poi si alzò dal piccolo divano e si stese a letto. Chiamo Julius accanto a sé e lo abbracciò. Il suo corpo caldo aderì ai desideri e fu la prima di tante notti d’amore con il cuore in gola…Julius si svegliò per primo e guardò Marta che dormiva abbracciata a lui.

Si sentì commosso dentro. La cicatrice rendeva ancora più desiderabile la donna che si era lasciata andare con lui verso sogni di pace. C’era una donna vera nel suo letto e dentro di lui. Non avvertiva quella saturazione tante volte provata nell’inutile conato di dare un’anima alla carne. L’accarezzò e fu come accarezzare se stesso. Capì che l’amava ed ebbe paura.

 

(To be continued…)

Prof. Gardenio Granata
22 Aprile 2021 – ………

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