Gardenio Granata, Itinerarium mentis

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Gardenio Granata, Itinerarium mentis

In Italia a metà ‘400 s’è ormai imposto il cosiddetto Umanesimo. L’ottica medievale della rinuncia, del “contemptus mundi” (disprezzo del mondo) pare trovar un rigurgito di vita solo nelle apocalittiche “performances” dialettiche dei predicatori alla Savonarola. Il clima è vitale, l’uomo, quasi risvegliato da un secolare letargo, alza gli occhi al cielo senza timore; la vita, nella sua concretezza di affari e piaceri, viene celebrata in varie opere intonanti il peana alla dimensione attiva cui fa da puntello un’inebriante “dignitas et excellentia hominis”.

Non siamo di fronte ad una negazione-rifiuto del divino, bensì ad un’affermazione dell’umano nelle sue multiformi prove. Eppure nei paesi nordici, Fiandre, Germania, Svizzera, il medioevo distilla il suo lungo autunno nei dipinti inquietanti di Bosh, nella Narrenshift (“Nave dei folli”) di Sebastian Brant e, cosa poco nota, nello Spreuerbrucke (Ponte dello spargitore) a Luzern.

Vale la pena di soffermarsi su quelle tavole o pannelli (dipinti da Kaspar Meglinger tra il 1626 e il 1635) triangolari che “pendono” dall’alto e in cui la morte s’insinua pervicace a raccontare il vero ineluttabile destino dell’uomo. Le “stazioni” di questo impressionante “redde rationem” stigmatizzano non solo la “grandeur” dei potenti, dei ricchi, bensì anche le fatiche degli umili che soggiacciono ad egual sorte. La componente macabra dei dipinti non risiede tanto nella presenza costante di una morte tra le quinte di questo teatrino figurato, quanto nell’insensatezza di ogni sforzo umano per esorcizzare quello scarnificarsi tetro cui andiamo incontro. Non c’è attività umana che non cada sotto la falce permanente di “thanatos” defraudante qualsivoglia progettualità del suo punto apicale; il tempo è come scandito da un refrain che impone il funereo sul delirio d’onnipotenza terrestre.

Quegli esseri umani circonfusi dallo “skeleton” mortuario suscitano pena; agiscono, si muovono, vogliono e già sono nel mirino della fine più o meno annunciata. All’“homo sum” umanistico sembra far da contrappasso l’“homo fueram” di quella danza stolida della vita, illusa e illudente nel suo protervo narcisismo senza orizzonte, caparbia e flaccida, cui l’alito della morte blocca il “meccanismo”; il balletto conoscerà presto la sua grottesca conclusione. Allora vien fatto di chiedersi “cui prodest → a chi giova vivere”?

A scontrarsi sono quindi due visioni del mondo, due stili di vita e pensiero; la “vanitas” si trova come Ercole al bivio: una virtù acquiescente e rassegnata o la strada breve ma intensa della “voluptas”? Non dunque una “meditatio mortis”, quanto piuttosto una riflessione diuturna sulle nostre ansie, paure, inquietudini, deflagranti in noi come bombarde impietose.

Ha senso l’“humanitas”, quando non un progetto divino, ma un’inerzia biologica ci sotterra “dies in dies”? La risposta è no! Infatti i grandi hanno sempre saputo della loro fine! Perciò hanno speso la propria e l’altrui vita finalizzate entrambe ad una maestosità che sarebbe loro sopravvissuta. Ma gli umili, i tanti anonimi “cives” che si torturano privi di un senso finale, che non assaporeranno mai l’afflato d’ambrosia della “magnitudo”, che si rovellano in vite guastate dal timore d’apparire diversi e peggiori di quelle larve che nessuna volontà di potenza può né riscattare né trasformare?

Secoli di un malinteso “nosce te ipsum” hanno chiuso e vietato il limite, le colonne d’Ercole sono divenute una prigione, lo stesso icastico verso dantesco posto in bocca a Marco Lombardo, «liberi soggiacete», la dicono lunga sul nostro slombato e fatiscente gregge che ha pronunciato “per viltade il gran rifiuto”: dire sì alla vita!

Inutile leggere il “Zarathustra” di Nietzsche in assenza di tali presupposti. Abbiamo dato il benservito al dionisismo, gli abbiamo tolto il diritto di cittadinanza! Eccoci allora sciancati eredi del nulla in marcia forzata verso l’abisso. “Muore giovane chi è caro agli Dei”, recita una sentenza di Menandro collocata da Leopardi a epigrafe del suo “Amore e morte”; noi invece vogliamo invecchiare, centellinare il male di vivere fino alla feccia.

Le danze macabre del ponte di Luzern sono lì a ricordarcelo. Nascerà una civiltà nuova, coraggiosa, incapace di becera diplomazia, pronta a vivere e a morire pur d’avvertire in gola, una volta tanto, il gusto genuino del nostro misterioso “transitus”…

Prof. Gardenio Granata
5 Febbraio 2021

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