Gardenio Granata, “Tu non pensavi ch’io löico fossi!”: il frodatore frodato [Lectura Dantis, Inferno XXVII]

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Gardenio Granata, “Tu non pensavi ch’io löico fossi!”: il frodatore frodato [Lectura Dantis, Inferno XXVII]

Alla grande tragedia di Ulisse, personaggio classico, segue la “commedia”del “moderno” Guido da Montefeltro. La grandiosità etica del canto d’Ulisse non era atta ad esprimere il peccato del consiglio di frode; Dante affianca allora Guido al «maggior corno della fiamma antica»; si tratta di una figura complementare all’eroe greco: tanto Ulisse è al di sopra del suo destino eterno e al peccato di frode, tanto invece Guido è tutto assorbito nel suo dolore e nel suo peccato.

Passiamo allora dall’eroico all’umano, dal mito alla cronaca e quindi dalle lingue antiche al lombardo (vv. 19-24; v. 33) come segno del passaggio dalla tragedia alla commedia. Questo non significa affatto che Guido sia una figura bassa e ridicola: la sua fama era di grande e astuto guerriero e Dante stesso (Conv. IV, XXVIII) parla di lui come di un «nobilissimo nostro latino».

Nella Commedia molti versi riprendono esattamente le parole usate nel Convivio: segno evidente che il giudizio è sì mutato allorché Dante ha conosciuto il peccato del condottiero, ma è cambiato soprattutto nel senso che tale scoperta ha posto al poeta il problema di come un grande possa perdersi quando confidi troppo in se stesso e nella propria astuzia e incontri una forza malefica più potente: Bonifacio VIII. Tale Papa grandeggerà infatti nel canto, ma ciò non tramuta Guido in un semplice ingannato: la sorgente della colpa risiede proprio in lui e negli espedienti messi da lui in atto in Toscana e in quella terra di Romagna, della quale ora chiede notizie con ansia e nostalgia.

Il dolore e il rancore sono i due elementi che caratterizzano l’episodio di Guido da Montefeltro. Essi s’intrecciano continuamente: odio rancoroso contro Bonifacio, causa della dannazione e quindi del dolore attuale, di un dolore che permea la sostanza profonda dell’anima di Guido e che si manifesta dalle prime terzine del canto – nelle parole della similitudine del «bue cicilian» – fino alle ultime con l’immagine icastica della fiamma che «dolorando» s’allontana. All’angoscioso interrogativo di Guido «dimmi se Romagnoli han pace o guerra», Dante risponde esibendo l’esatta rappresentazione di una realtà di prepotenze e d’inganni in cui si esercita o si subisce violenza in una corsa al potere che vede in prima fila gli ecclesiastici. Guido ha nostalgia di un mondo descritto impietosamente da Dante, in preda alle passioni di tiranni e tirannelli, dominato da comportamenti non umani ma bestiali, come dice il continuo ricorso agli animali araldici delle famiglie: lo stemma familiare diviene nel simbolismo il perfetto corrispondente della realtà di bestiale cupidigia ed efferatezza dei signorotti romagnoli.

Dante certo rispetta Guido: vede in lui una grande personalità degna d’eterna fama, gli attribuisce una passione politica che era anche sua e per quella passione l’anima compie lo sforzo di far parlare la fiamma. Dante, nel condividere i sentimenti antipapali e anticlericali del montefeltrino ne apprezza il tentativo di cambiare vita passando dall’esercito al chiostro. E non è affatto un caso che quest’anima si esprima con un linguaggio alto in cui si uniscono i termini della tradizione cortese a quelli della disputa logica e teologica nelle università.

Ma proprio questo linguaggio ci dà la chiave per leggere l’altra faccia di Guido: quella dell’astuto calcolatore. Egli possiede una logica rigorosa con cui costruisce il suo ragionamento secondo le norme di uno scolaro di filosofia; si converte non per una vera crisi spirituale, ma come uomo che sappia ascoltare al momento opportuno i richiami della ragione; agisce con sospettosa cautela qui nell’inferno (solo perché sa che nessuno può tornare da esso accetta di parlare con Dante) allo stesso modo in cui con cautela ha agito in vita facendosi frate e dando al papa il consiglio richiesto solo dopo essersi assicurata l’assoluzione del peccato che stava per commettere. In altre parole l’errore di Guido ha quale punto di partenza sempre un dato inoppugnabile dal quale egli “sillogizza” il suo comportamento.

È lo scacco della logica. Guido sbaglia perché la sua logica è fondata sull’ambiguità: cede a Bonifacio non essendo la sua fede tale da sfidare le ire di un Papa e quindi accetta la sua autorità senza vedere dietro ad essa la più alta autorità di Dio che può condannare ed assolvere – e ben lo saprà il figlio di Guido, Bonconte, salvo per una lagrimetta di autentico pentimento (Purg. V, 107) – anche contro la volontà papale. Crede la furbizia un’alternativa alla violenza e non un altro modo d’essere violenti: per questo non può nulla contro la curia romana che applica l’astuzia come metodo di potere, e neppure all’inferno si rende conto essere l’astuzia a danno degli altri e parimenti l’uso spregiudicato della religione a fini di potere (Bonifacio) due facce di una medesima concezione della politica, quella votata al fallimento, alla dannazione, all’imbestiamento, come quello dei tiranni romagnoli. Ѐ, quella di Guido, la storia di un’umanità e di una civiltà nobile ed eroica che, cedendo al peccato e fidando troppo di sé, si tradisce, decade e si rovina per sempre…

Sono tre le scene nelle quali si svolge questa “commedia della logica”: il dialogo tra Bonifacio e Guido; la disputa dell’anima fra il diavolo e san Francesco; la condanna di Minosse. Tutte e tre sono costruite sul discorso diretto, come una “disputatio” universitaria. Fino al verso 84 Guido ha parlato di sé; all’improvviso il soggetto cambia ed entra prepotentemente in scena Bonifacio, da subito presentato come principe del male e della frode. La condanna del pontefice investe tutta la chiesa: è principe e fariseo, lo sono allora anche tutti gli altri ecclesiastici. In lui domina un cinismo religioso assoluto, egli non teme di compiere sacrilegi per fini di potenza e odi familiari; è malato di una febbre che non può essere guarita come lo fu la lebbra di Costantino: costui «aveva un male» e Papa Silvestro lo guarì; Bonifacio è “il male”.

Teologo, Bonifacio qui fa della teologia un uso assai disinvolto: nel commettere un sacrilegio e spingere un’anima all’inferno dimostra d’essere il primo a non credere all’inferno; nel suo accenno pieno di scherno a Celestino V dimostra di non credere al potere delle “chiavi” proprio nel momento in cui (v. 103) si proclama signore non solo della terra ma anche dei cieli; minaccia Guido di scomunica, di quella che secondo Dante (Purg. III) nulla può contro il vero pentimento. E soprattutto egli perdona un peccato non ancora commesso inducendo a macchiarsene. A suon di ragionamenti logici, insomma, spinge Guido sul proprio terreno, a fornirgli il frutto del suo ragionamento e della sua sperimentata astuzia. Ma può riuscire nel suo perverso intento perché la fede del montefeltrino non è né sicura né eroica: egli non conosce il dettato evangelico che esige consistere la risposta in un netto sì o in netto no.

Cerca di sfuggire: tace alle parole «ebbre» del papa, però cede alla sua cattiva logica e pessima teologia e dà, ridotto in forma logico-algebrica, il suo suggerimento. Cade così nella tagliola di una logica più stringente della sua. Con questo la vita di Guido è finita: sconfitto dal male non sa né può redimersi. Infatti Dante passa subito dalla prima alla seconda scena, dalle stanze del palazzo dei papi alla disputa tra san Francesco e il diavolo per il possesso dell’anima di Guido dopo la morte di quest’ultimo. Francesco è miglior teologo di Guido e di Bonifacio: non parla non avendo argomenti da opporre al diavolo se non il suo tradizionale candore. Ma è un personaggio necessario nella scena teatrale che Dante imposta e che riprende il tema, comune nelle rappresentazioni popolari medievali, del contrasto fra i rappresentanti del bene e quelli del male.

Nel canto V del Purgatorio, in un’analoga scena, un angelo e un diavolo si contendono l’anima di Bonconte figlio di Guido; là però sarà l’angelo a vincere. E non vincerà per logica, ma in virtù del pentimento dell’anima. Se il padre uscirà sconfitto da Bonifacio con l’astuzia (e dietro a lui si vede il ghigno del demonio che porterà entrambi all’inferno), il figlio avrà la meglio con la fede. Il diavolo che qui compare ha tratti fra i più tipicamente medievali di tutta la “Commedia”: da un lato è parente stretto dei diavoli della bolgia dei barattieri («nero cherubino»), ma dall’altro conserva l’intelligenza del cherubino, seppur volta a malizia: sembra uscito da quell’università di Bologna ricordata dall’ipocrita Catalano (Inf. XXIII, 142). Non ha fatto altro che aspettare che la via intrapresa da Guido e meglio indicata da Bonifacio portasse alla sua giusta conclusione: vale a dire a lui stesso.

La pura astuzia umana (di cui anche il pentirsi di Guido fa parte) non è in grado di discernere tra bene e male, fra giusto e ingiusto. Il diavolo è “nero”, ha oscurato la coscienza di Guido che aveva creduto di potersi garantire con il suo formale pentimento e l’altrettanto formale assoluzione da parte di Bonifacio, così come ha oscurato la coscienza di quest’ultimo con la sete di potere. L’ultima scena è dominata da Minosse. Nelle parole crudeli e nel gesto bestiale, si rivela la vera essenza di quella logica mondana, bieco movente per Guido e Bonifacio: essa conduce alla dannazione. Ma Minosse è giudice: non può accontentarsi, come il diavolo «loico», di aver un colpevole tra le mani. Egli vede le responsabilità più alte che stanno dietro al peccato di Guido e non può che mostrare rabbia per non poter ancora condannare Bonifacio. Un’altra, implicita, profezia sulla sorte del pontefice.

Con il gesto di Minosse che si morde la coda si torna al dolore e al rancore, note dominanti dell’intero canto. Alla condanna dell’indegno «gran prete» segue la parziale smentita del suo potere delle “chiavi”: qui con la dannazione dell’astuto privo di una vera fede, nel Purgatorio con la redenzione di chi si pente non per calcolo ma con sentita fede. I limiti della ragione umana, sia essa grande ed eroica come in Ulisse o callida astuzia come in Guido da Montefeltro, sono indicati per Dante dal cristianesimo vero ed evangelico, non da quello che ambisce unicamente a proporsi quale strumento di sopraffazione.

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