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Renzo Fantappié (a cura di), L’Ottocento a Prato, Ed. Pagliai Polistampa, 2000

Renzo Fantappié (a cura di), L’Ottocento a Prato, Ed. Pagliai Polistampa, 2000

41,50 [39,90 + I.V.A.]

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Attraverso questo volume, che riunisce testi di esperti, la storia di Prato nell’Ottocento si dispiega al lettore in tutta la sua sfaccettata e contraddittoria complessità…

Descrizione

Edizione Pagliai Polistampa, Firenze, 2000 Fotografie Dario Grimoldi
Testi Rossella Agresti, Sandro Bellesi, Paolo Benassai, Silvestra Bietoletti, Anna Bricoli, Marzia Casini Wanrooij, Claudio Cerretelli, Marco Ciatti, Daniela Degl’Innocenti, Renzo Fantappiè, Carlotta Lenzi Iacomelli, Maria Pia Mannini, Paolo Peri Illustrazioni Fotografie e disegni in B/N e a colori
N. Volumi 1 N. Pagine 359
Dimensioni 25 x 30,8 x 3,1 cm. Peso 2,40 kg.
Descrizione

A

ttraverso le documentatissime pagine di questo volume, che riunisce testi di numerosi esperti, la storia di Prato nell’Ottocento si dispiega al lettore in tutta la sua sfaccettata e contraddittoria complessità. Ricerche capillari attraverso la bibliografia, i documenti, a partire da quello di Renzo Fantappiè, che fornisce al libro la robusta impalcatura della storia, anzi della Storia con la maiuscola, la Storia delle istituzioni e dei cittadini, degli eventi e delle comunità, nella quale tutte le al- tre storie di settore si inquadrano e si completano nel quadro più vasto delle storie d’Italia e d’Europa.

Come accadde in molte città toscane, e non solo, fu nell’Ottocento – nell’arco di quegli anni variati, turbati, di rivoluzioni e di restaurazioni che compongono il XIX secolo – che Prato attraversò i mutamenti più radicali: ma, insieme, fu nell’Ottocento che si fissarono i capisaldi, e talvolta gli stereotipi, di un’immagine civica dove accanto a consolidati elementi portanti della tradizione si venivano stabilendo connotati nuovi, altrettanto icastici e duraturi.

Restauri e ripristini investirono i monumenti antichi riconducendone e fissandone l’aspetto, vero e pre- sunto, all’epoca – tra Medioevo e Rinascimento acerbo – nella quale quasi tutti i maggiori centri toscani collocavano, alla luce della storiografia romantica, l’origine della propria identità. Per questo, e per altri legami costituiti da vicende di singole personalità o interessi incrociati di studio, Prato vive in una certa stagione dell’Ottocento una straordinaria, non abbastanza sottolineata affinità con Siena: salvo poi separarsi le due città, l’una per fissarsi nella cristallizzazione di un’immagine resa incantevole dai restauri a oltranza, l’altra per slanciarsi verso l’avventura di una ruvida modernizzazione, con ricadute a tratti devastanti.

Gli interventi urbanistici infatti, lo sviluppo dell’industria tessile, la costruzione di edifici deputati allo svolgimento della vita sociale, la creazione delle infrastrutture (argomenti qui presentati con dovizia di notizie dal Cerretelli) cambiarono il volto della città, distribuendo nel suo tessuto luoghi dai nomi ormai carichi di significato e ben noti al di fuori delle mura pratesi: Metastasio, Fabbricone, Buzzi… Operosa, ma con fasce oscure di povertà nel decennio sconcertato che fece seguito all’unità d’Italia, Prato sembra attenersi con forza a una cultura cattolica aggregata intorno alle devozioni locali.

Il culto per la Madonna, per il Sacro Cingolo, per il protomartire Stefano titolare della cattedrale continuarono a ispirare i moderni così come avevano ispirato gli antichi, presiedendo alla versione locale dei movimenti artistici intonati al Purismo, nonché alla pietas civica dei restauri dei cicli pittorici di Agnolo Gaddi e Filippo Lippi, ormai danneggiati dal tempo. E dai restauri appunto, attraverso la conoscenza delle tecniche originali e l’immedesimazione evocativa nello stile, l’arte d’ispirazione storicistica traeva nuova vitalità. Non per caso uno dei protagonisti della pittura pratese dell’Ottocento, Antonio Marini, assommò in sé la capacità di pittore e di restauratore, che sarebbero passate in minor grado al suo allievo Pietro Pezzati.

Questa vocazione pratese al restauro delle pitture murali, di cui si seguono le fila nell’informatissimo scritto di Marco Ciatti, non solo si sarebbe manifestata a Firenze (si pensi a un monumento eccelso come Santa Croce, dove Antonio Marini si trovò a operare su Giotto al pari di Gaetano Bianchi), ma si sarebbe protratta nel tempo giungendo, con Leonetto Tintori e la sua «scuola», ben addentro al Novecento. I protagonisti della cultura letteraria e artistica pratese degli anni centrali del secolo, i cui rapporti si intrecciano in un cerchio di conoscenze e corrispondenze dove ricorrono i nomi di Cesare Guasti, Luigi Mussini, Ferdinando Baldanzi e altri ancora, scrivono nella storia di Prato capitoli alti e densi, contribuendo tra l’altro alla storiografia dell’arte toscana in modo e misura tuttora insostituibile. Si pensi anche solo alle ricerche archivistiche del Guasti, che costituirono la base per ogni futuro studio storico-artistico, e al suo rapporto epistolare costante con Gaetano Milanesi e Carlo Pini, ai quali si debbono scavi documentari pioneristici ed edizioni critiche fondamentali: basterà ricordare le Vite vasariane.

In questo clima letterato e devoto trovò il suo humus la formazione dell’artista che, forse con sentimentale parzialità, non posso non considerare l’astro più splendido della pleiade pratese, Alessandro Franchi. Figlio di cappellai, «all’età di sette anni disegnava sulle lastre del pavimento dei marciapiedi davanti casa», riporta Rossella Agresti attingendo dalla sua biografia un passo che già sa di leggenda: il piccolo madonnaro pratese mostra in filigrana l’impronta di Giotto. Delle testimonianze artistiche lasciate nella città natale del Franchi – che studiò e lavorò principalmente, e non per caso, a Siena – molte meriterebbero commenti, dal Trasporto di Santo Stefano alla pala per San Pier Forelli, inviata quest’ultima all’Esposizione di Belle Arti di Milano del 1871 e là traguardata con interesse e diffidenza da Camillo Boito, convintosi proprio a quell’esposizione che l’arte religiosa monumentale di stampo storicistico si avviava all’estinzione.

E invece tra il 1872 e il 1876, ecco fiorire, incredibilmente tardo e incredibilmente bello, il ciclo di Storie dell’Antico Testamento nella cappella Vinaccesi in Duomo, vertice della pittura del Franchi che nel porsi a continuazione e rievocazione della grande arte cinquecentesca fiorentina e romana, entro il controllo di una forma sostenuta dal disegno, non solo raggiunge ma supera le ben più celebri espressioni pittori che nazarene. A lungo ignorato, fino al recupero critico dovuto a Carlo Del Bravo, il ciclo della cappella Vinaccesi rappresenta forse il più alto contributo della città di Prato all’arte dell’Ottocento italiano, senza dimenticare l’elusiva ‘pratesità’ del grande scultore Lorenzo Bartolini, che pur avendo svolto a Firenze quasi l’intera sua carriera, ricevette dalla città natale riconoscimenti e memorie.

[Cristina Acidini Luchinat]

Note bibliografiche

Prima edizione di Pagliai Polistampa del 2000, a copertina rigida in tela grigio scuro con titoli dorati al piatto e al dorso; rilegata a filo; stampata su carta semilucida di buona qualità e grammatura, e layout del testo su tre colonne; arricchita da numerose fotografie e disegni in B/N e a colori; dotata di sovracoperta editoriale semi-lucida fotografica in B/N.

Stato di conservazione

Come Nuovo [il volume non mostra danni strutturali, strappi, segni, mancanze o usure gravi che vadano evidenziate; legatura compatta e resistente; copertine rigide pressoché intatte, con pochi segni del tempo; sovracoperta in ottimo stato, con minimi segni di vissuto; coste abbastanza luminose; ingiallimento delle pagine quasi impercettibile]

Informazioni aggiuntive

Peso 2,40 kg
Dimensioni 25 × 30,8 × 3,1 cm
Edizione

Luogo di pubblicazione

Milano

Anno di pubblicazione

Caratteristiche particolari

Illustrazioni

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Genere

Soggetto

Colore principale

Lingua

Condition n/a
Notes Il volume non mostra danni strutturali, strappi, segni, mancanze o usure gravi che vadano evidenziate; legatura compatta e resistente; copertine rigide pressoché intatte, con pochi segni del tempo; sovracoperta in ottimo stato, con minimi segni di vissuto; coste abbastanza luminose; ingiallimento delle pagine quasi impercettibile.

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