Vera Fortunati Pietrantonio, Pittura bolognese del ‘500, Ed. Grafis, 1986

Vera Fortunati Pietrantonio, Pittura bolognese del ‘500, Ed. Grafis, 1986

115,00 [110,58 + I.V.A.]

In stock

115,00 [110,58 + I.V.A.]

Un’opera di grande respiro, dedicata ad uno dei capitoli più significativi dell’arte in Italia, quale fu la pittura bolognese nel corso del Cinquecento…

Availability: Disponibile Categorie: ,

Descrizione

Edizione Grafis, Bologna, 1986 Illustrazioni Fotografie in B/N e a colori
N. Volumi 1 N. Pagine XXXIX + 875
Dimensioni 24 x 31,8 x 8,1 cm. Peso 5,40 kg.
Descrizione

H

o accettato con piacere la richiesta di scrivere una breve presentazione per questo volume, anche se essa ha fatto nascere in me non poche perplessità. Si tratta di un’opera di grande respiro, dedicata ad uno dei capitoli più significativi dell’Arte in Italia, quale fu la pittura bolognese nel corso del Cinquecento, cioè in uno dei secoli durante il cui svolgimento contrasti culturali, svolte e novità ebbero a succedersi a ritmo serrato; ed è anche un periodo nel quale la città di Bologna sortì un ruolo non certo secondario nel panorama italiano, con un peso che le ricerche di questi ultimi decenni ha illuminato e precisato, rivelando una ricchezza di testi e di personalità che talvolta è giunta inattesa. Presentare dunque, anche con poche osservazioni, un volume di tale portata è un’impresa non lieve; ma esso ha caratteristiche tali da invogliare anche î riluttanti.

Oggi sono di attualità i repertori dedicati alla pittura di questa o di quella scuola, in un secolo o nell’altro; ma il presente volume, curato da Vera Fortunati Pietrantonio, si distingue per un impianto del tutto diverso. Ha inizio con Francesco Francia, si chiude con Camillo Procaccini: i ventotto artisti inclusi tra questi due termini sono presentati non già, come di consueto, in ordine alfabetico, ma secondo la rispettiva presenza cronologica.

Ne risulta, a guardare soltanto il ricchissimo materiale illustrativo, una vicenda gremita di aperture nuove e di improvvisi dirottamenti, alla quale manca un effettivo legame di conseguenza tra i singoli episodi, a parte quello che intercorre tra le personalità di spicco, realmente inventive, e i loro satelliti, seguaci e imitatori. Rapporti stretti ed evidenti esistono, ad esempio, tra Francesco Francia e l’accademizzante divulgazione che ne trassero i figli Giacomo e Giulio; ma è vano cercarli nei confronti di Innocenzo Francucci da Imola, di Girolamo Marchesi o di Bartolomeo Ramenghi.

Se è lecito individuare (e in effetti lo è) un nodo di cultura che leghi tra di loro questi artisti, esso non riguarda gli individuali caratteri di stile, e nemmeno le tipologie, ma una generale e comune tendenza verso una formula classicistica, tendenza che si realizza e si colora diversamente a seconda dell’anzianità, dell’educazione, degli incontri e delle singole esperienze del Francia, del Francucci, del Marchesi e del Ramenghi.

Per dirla altrimenti, l’esame della pittura a Bologna nel corso del Cinquecento, così come viene esposta in questo volume, fa nascere ancora una volta forti sospetti circa la validità del termine di scuola, di quella partizione comunemente adottata dagli storici dell’arte, e che (apparsa già ai primi del Seicento e codificata tra il Sette e l’Otto, tra l’Agucchi cioè e l’Abate Lanzi) promuove il dato geografico a fatto di cultura figurativa. Sfogliando queste pagine, ci si chiede quale mai sia la bolognesità della pittura bolognese del Cinquecento, quale legame, se non di limiti catastali, possa riconoscersi tra Pellegrino Tibaldi e Nicolò dell’Abate, tra Girolamo da Carpi e Bartolomeo Cesi.

Tutto sommato, il vetusto concetto di età, seguito da Giorgio Vasari, comincia di nuovo a riproporsi come il più valido. Di scuola è ancor lecito parlare per taluni episodi, anche grandi ma limitati nel tempo e nel numero degli attori e delle comparse, come la pittura di Rimini nel Trecento o di Lucca o anche di Foligno nel secolo successivo; diventa un vero abuso qualora l’etichetta venga applicata (senza limitarne la validità a puro e semplice mezzo di pratica sbrigativa) a momenti e luoghi di non comune complessità e varietà culturale, come è appunto Bologna nel Cinquecento, o come (per citare il caso più macroscopico) fu Roma tra il 1590 e il 1650.

La vacuità del termine di scuola va (nel secondo esempio citato) d’accordo con la terminologia periodizzante: si tengano a mente le acrobazie contorsionistiche con cui taluni storici tentano, nell’ambito della scuola romana del periodo Barocco, di trovare un filo conduttore, un comune spunto di parentela, anche se soltanto ideologica o di radici a qualsiasi livello, tra fenomeni così opposti come Pietro Berrettini da Cortona e Nicola Poussin. Gli schemi della storiografia tradizionale vengono a crollare per la quantità di dati, per l’abbondanza di testi figurativi che la ricerca filologica ha portato alla luce dal 1945 in poi.

A riscontro, si fa sempre più nitida la posizione della storia dell’arte figurativa come un solo aspetto di una storia più ampia e più generale, che coinvolge tutte le altre forme di espressione, dalla letteratura alla musica, dalla architettura alla moda e alle arti cosiddette ‘minori’; ma non conviene dilungarsi su questo che è oramai un dato acquisito, ai limiti del luogo comune.

C’è piuttosto da sottolineare la sincronicità, sempre più palese, dei fatti figurativi dell’Europa intera, una sincronicità che, dal Duecento in poi, supera i semplici caratteri di stile per aprirsi, a livello più ampio, nelle tendenze; al punto che, conoscendo bene lo svolgimento di un settore, anche piccolo e locale, è possibile proporre, con una soddisfacente approssimazione, la data di quel che è stato, contemporaneamente, prodotto altrove, dalla Spagna alle Fiandre, dalla Germania alla Francia o all’Inghilterra. L’ingresso della storia dell’arte entro spazi di inedita apertura non significa dunque la fine della ricerca filologica, anche della più specialistica e minuta; al contrario, mai come oggi, se non si è buoni filologi non si diverrà mai storici dell’arte autentici, ma, al massimo, campioni di astratta logomachia.

È per motivi di tal genere che il volume curato da Vera Fortunati Pietrantonio merita un sincero plauso: la sua trama è una serie di monografie individuali, assai ricche e scrupolose che vanificano, una volta per sempre, il concetto di scuola bolognese, che sollecitano a indagini di più vasto respiro, permettendo di stabilire il ruolo e la portata di Bologna nel contesto italiano ed europeo.

[Federico Zeri]

Note bibliografiche

Prima edizione di Grafis del 1986, in due volumi; a copertine rigide in tela blu scuro con titolazioni in oro al piatto e al dorso; dotata di sovracoperte lucida fotografica a colori; rilegata a filo; arricchita da un ricco repertorio di fotografie in B/N e a colori; stampata su carta semi-lucida di buona qualità e grammatura e buone marginature al testo. Introduzione di Federico Zeri [1921-1998].

Stato di conservazione

Ottimo [i volumi non mostrano danni strutturali degni di nota, strappi, segni, mancanze o usure gravi che vadano evidenziate; legature snodate e robuste; copertine rigide ottimamente conservate, con sottili bordature di polvere ai piatti; sovracopertine complete e senza rotture, con minori abrasioni ai bordi ad alla parte superiore del dorso (con piccoli rinforzi a nastro adesivo trasparente ultrasottile) e leggere opacità da sfregamento ai piatti; coste abbastanza luminose; ingiallimento delle pagine molto ridotto e nella norma; cofanetto integro nella struttura e di bell’aspetto, seppur con leggere usure superficiali agli angoli, un’abrasione esterna di dimensioni ridotte ad una delle fiancate ed un urto alla parte superiore rinforzato con colla vinilica e ripreso con pennarello correttivo nero]

Informazioni aggiuntive

Peso 5,40 kg
Dimensioni 24 × 31,8 × 8,1 cm
Edizione

Luogo di pubblicazione

Bologna

Anno di pubblicazione

Caratteristiche particolari

Illustrazioni

Formato

Genere

Soggetto

Colore principale

Lingua

Condition Very Good
Notes I volumi non mostrano danni strutturali degni di nota, strappi, segni, mancanze o usure gravi che vadano evidenziate; legature snodate e robuste; copertine rigide ottimamente conservate, con sottili bordature di polvere ai piatti; sovracopertine complete e senza rotture, con minori abrasioni ai bordi ad alla parte superiore del dorso (con piccoli rinforzi a nastro adesivo trasparente ultrasottile) e leggere opacità da sfregamento ai piatti; coste abbastanza luminose; ingiallimento delle pagine molto ridotto e nella norma; cofanetto integro nella struttura e di bell'aspetto, seppur con leggere usure superficiali agli angoli, un'abrasione esterna di dimensioni ridotte ad una delle fiancate ed un urto alla parte superiore rinforzato con colla vinilica e ripreso con pennarello correttivo nero.

Recensioni

Ancora non ci sono recensioni.


Recensisci per primo “Vera Fortunati Pietrantonio, Pittura bolognese del ‘500, Ed. Grafis, 1986”